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Bianco-Valente |
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Lavoriamo sui fenomeni legati alla percezione e sui processi cerebrali che ci permettono di mantenere il ricordo delle esperienze, di percepire immagini mentali e, tramite esse, di instaurare una riproduzione in continua evoluzione della realtà esterna.
Ci affascina la dualità fra il corpo e la mente: una struttura organica di carne, definita e limitata nello spazio e nel tempo, che porta in giro la mente, un fenomeno spontaneo senza confini apparenti, totalmente libero e autoreferenziale.
Cerchiamo i confini di questo spazio immateriale che abita le circonvoluzioni della corteccia cerebrale, per capire se e dove sia possibilie individuare un punto di contatto che lega indissolubilmente i due domini.
A complicare le cose (o a renderle più affascinanti) ci sono i ripetuti annunci di “macchine intelligenti” con cui presto ci troveremo ad interagire: la dualità corpo-mente non è più relegata esclusivamente alla carne, ma potrebbe presto estendersi ad entità coscienti artificiali fatte di plastica, metallo, silicio e stati elettrici.
Abbiamo quindi cominciato ad interessarci alle relazioni fra il naturale e l'artificiale, come, ad esempio, entità artificiali siano in grado di produrre fenomeni che noi percepiamo come naturali.
L'immaginario ricorrente dei nostri lavori sono i “mindscapes”, visioni distorte e dai colori alterati della natura, quasi a voler fissare sulla tela una sorta di immagine mentale.
La figura umana dai lineamenti incerti, sfocata e priva di definizione, a rappresentare la nostra parte immateriale e, come contrappunto (la dualità fra il corpo e la mente), immagini di cellule organiche riprese al microscopio. |
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Stefano Chiodi |
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Offuscamento, persistenza, ritmo, volatilità. C'è qualcosa come un passo doppio, o un contrappunto, insieme visivo e concettuale, che percorre e anima tutto il lavoro di Bianco-Valente e lo situa in una zona assai particolare della ricerca artistica di questo decennio finale del secolo.
Il loro mezzo espressivo favorito, il video, in forma più spesso di videoinstallazione, viene sin da subito scelto non tanto per le sue qualità, sembra un paradosso, ma per i suoi limiti: l'instabilità, la scarsa risoluzione, la labilità infine delle immagini elettroniche appaiono un appropriato correlativo di quelle "immagini mentali", proiezioni, visioni o fantasmi, che sono poi il vero terreno in cui si muove la ricerca dei due artisti napoletani.
E qui, naturalmente, occorre sgombrare il campo da un possibile fraintendimento: non si tratta di immagini elaborate in un senso, in una riconoscibilità, in una struttura sia pur enigmatica che rimandi alle profondità dell' inconscient romantico o all'ossessività surrealista. Al contrario, si tratta del prodotto informe del meccanismo con cui si forma nella mente qualcosa che si presta a essere interpretato come immagine, un quid pre-visivo, e sinestetico, non ancora declinato nelle strutture dello spazio e del tempo - quel che si vede "rovesciando gli occhi".
Questo sembra essere in effetti un tema continuamente percorso da Giovanna Bianco e Pino Valente: l'emersione di uno spazio in cui il primato, l'esigenza della riconoscibilità è costantemente contraddetta, messa in tensione da un gioco di correnti, di indizi (acustici o visivi) che rinviano irrimediabilmente il momento sintetico, finale, ampliando gli echi, le spurie, i falsi indizi.
Non trovo casuale, in questo senso, che nei loro video, in maniera contraria a quanto di solito accade, la ripresa dal vero non è successivamente alterata tramite l'elaborazione digitale, ma al contrario, è l'immagine di partenza ad essere privata dei suoi caratteri standard, e già sfocata, "bruciata" o "mossa", e quindi successivamente alterata negli equilibri cromatici (caratteristica la predilezione per toni saturi e spettrali - blu, gialli, verdi) come accade ad esempio nei video Deep in my mind (1997) e Mind landscape (1996), in cui non solo metaforicamente avviene la presa di possesso e l'esplorazione di un ambiente di estensione reale ma di consistenza ormai definitivamente mentale e memoriale.
La matrice intellettuale delle ricerche di Bianco-Valente non è estetica o psicologica ma biologica; non tanto la mente, quanto l'attività neuronale interessa gli artisti, il propagarsi degli impulsi biochimici e i modelli dinamici che li rappresentano più che l'analisi del profondo, lo stabilirsi della memoria come dinamica cerebrale più che come evento psicologico.
Questo approccio va considerato sotto un duplice punto di vista; come indice culturale esso denota la volontà di stabilire un punto di transito non occasionale tra la visione scientifica e i suoi strumenti e il campo dell'arte, nel senso di una ricostruzione anti-estetica di quest'ultimo. Come discorso propriamente legato alla forma, in quanto i modelli e i procedimenti dell'indagine biologica divengono un punto di riferimento costante nello sviluppo dei singoli lavori.
Non si tratta, evidentemente, di un'assunzione "ingenua" di immagini; il nucleo tematico fondamentale resta per la coppia il rapporto tra corpo e mente, non nel senso, come scrivono in un loro testo, di un "trapianto", figurato o meno, di protesi tecnologiche atte a estendere o amplificare le capacità percettive, o peggio di una traduzione edulcorata della ricerca più avanzata, quanto di una ridefinizione complessiva di quella relazione che si concentra sul livello di base, sul momento in cui pensiero, immagine, sensazione, ricordo ed emozione appaiono ancora inscindibilmente connessi.
Questo è del resto evidente in un'opera per molti versi atipica come Emotions have no density (1998), in cui appare l'immagine olografica di un giocattolo infantile (un triciclo) realizzato impastando polvere di cemento (plasticità irreversibilmente indurita) e lacrime (manifestazione dell'oscuro legame tra psiche e corpo), in una unione di opposti che ne fa un nodo metaforico estremamente denso.
Quel che in definitiva interessa maggiormente Bianco-Valente è la considerazione della natura intimamente sfuggente e contraddittoria dell'esperienza, che sin dai suoi momenti nativi appare legata a un'infinita trama di scelte, bruschi salti e improvvise accelerazioni, e in cui i confini tra realtà e apparenza si fanno labili sino a scomparire. Sono questi tutti temi che ritornano costantemente nella produzione recente dei due artisti, tanto nei video, ad esempio in Welcome X (1998), nato dalla collaborazione col gruppo musicale 24 grana , in cui si alternano e contrastano immagini liquide, organiche (che evocano sangue pulsante) e una rarefatta evasione in un spazio naturale alterato cromaticamente e quasi irriconoscibile, che nella modalità dell'installazione, in cui il coinvolgimento dello spazio reale in cui si muove lo spettatore è sempre un fattore determinante.
È quanto accade in Untitled (1998), un piccolissimo schermo a cristalli liquidi incassato nella parete su cui appare una figura umana sfocata e smangiata che cammina lentamente, accompagnata da una stratificazione sonora di semplici toni elettronici, o in The whole nothing I am (1998), realizzata negli antichi ipogei di Napoli, dove su un palloncino sospeso nell'oscurità viene proiettato l'immagine in lento movimento di profondità stellate, in una sproporzione ironica sottolineata del resto già nel titolo, o nell'installazione che prenderà forma nel Palazzo delle Papesse, sorta di discesa agli inferi attraverso la rete dei "bottini" che percorrono il sottosuolo di Siena.
Bianco-Valente insinuano le loro sottili sonde in una regione ove la realtà e la mappa mentale che la rappresenta sembrano confondersi in una sterminata maglia di connessioni, di cui il lavoro artistico sembra riprendere, sfidandola, la vertiginosa e pure tutta immanente complessità.
Tratto da: Espresso, giovane arte italiana, AA.VV., ed. Electa, Milano, 2000
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Bruno Di Marino: Bianco-Valente, l'arte come science-fiction |
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Il video è leggero per definizione. È un medium fluido, immediato, liquido e al tempo stesso aereo. Nel suo passaggio da analogica a digitale, l’immagine elettronica si è ulteriormente smaterializzata, è divenuta processo algoritmico, pura memoria.
Nel lavoro di Bianco-Valente questo tipo di immagine - sia statica, sia in movimento - coniuga la dimensione naturale con quella mentale, il mondo esterno con l’universo interiore. Viene da chiedersi: è il mondo esterno ad essere rappresentato, deformato, tradotto in pixel e bit, come se fosse una metafora del nostro cervello o, viceversa, è il nostro complesso apparato cerebrale ad espandersi, a filtrare, a condizionare e infine a trasformare la realtà circostante?
Tra circuiti elettronici e sistemi neuronici si crea una fatale sovrapposizione. Ma il primo e più potente dispositivo, ancor prima di quello elettronico, per i due artisti partenopei è proprio il cervello. Molte loro opere, del resto, sono contraddistinte da parole chiave come “brain” o “mind”, da aggettivi come “altered”, “soft” o “deep”, che sottolineano quanto l’abisso corticale in cui invitano l’osservatore ad immergersi, sia soffice ma insondabile, seducente ma pericoloso.
I video e le foto si scambiano spesso e volentieri i titoli, ruotano intorno alle stesse ossessioni che, a distanza di anni - senza che neppure loro se ne rendano conto -, si ripresentano davanti al loro obiettivo lunare trasformate e rigenerate. Per esempio nel secondo frammento di Mind Landscapes (1996) compaiono in subliminale successione volti di bambini che recitano una filastrocca. Si tratta forse della stessa scolaresca “fantasma” che ha popolato cinquant’anni prima l’aula abbandonata di Deep Blue Ocean of Emptiness (2002), scandagliata in piano-sequenza dalla videocamera come se fosse un relitto sottomarino? Non lo sapremo mai. Non lo sanno neppure Bianco-Valente, eppure è affascinante pensare che, col tempo, si sia creato, casualmente, un cortocircuito narrativo e anche mnemonico.
Emozioni, inquietudini, suggestioni di un passato ancestrale, mitico, che i due artisti possono solo immaginare. Magari di un passato totalmente inventato, come se fosse una memoria artificiale installata in un corpo replicante (Blade Runner) o trasferita da una materia grigia all’altra (Strange Days).
È buffo, e forse anche fuorviante, pensare a Bianco-Valente come due esponenti di un’ipotetica “art/science-fiction”. Loro che vivono e lavorano nascosti tra i tetti di Napoli, in un quartiere popolare che più “analogico” non si può. Il loro studio si affaccia su un’immensa cupola barocca. Il loro sguardo affonda invece in un immaginario tanto complesso quanto essenziale, tanto alterato quanto lucido, tanto deforme quanto definito, tanto psichedelico quanto minimale. L’immaginario di Bianco-Valente oscilla tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.
Da un lato le macroimmagini - plotter o stampa fotografica Lambda - come Temporary (2000), Deep Blue Ocean of Emptiness (2002), I Should Learn From You (2003) e Natural Warmness (2004): figure umane che camminano nella natura o sono incorniciate nell’architettura; ombre elettriche che spiccano su sfondi cromaticamente fluorescenti.
Chi si cela dietro queste macchie sfocate? Automi, fantasmi, alieni? A parte rare occasioni, questi esseri nelle foto e nei video non hanno volto, sono entità misteriose che attraversano spazi naturali e urbani, “animali” notturni colti nel momento della fuga, come nel video Deep in My Mind (1997) - in cui le nostre paure più inconsce si materializzano in riverberi luminosi - o, più semplicemente, ripetono il loro gesto automaticamente, all’infinito, come in Cloud System (2004). La videocamera, rasoterra, si apre sinuosa un varco tra campi di grano, alti fili d’erba, prati di margherite, paesaggi lisergici e prismatici, filmati a infrarossi o filtrati in rosso, blu e verde (i tre colori alla base dell’immagine video, che originano il cosiddetto sistema RGB). Ma ultimamente a questi colori primari nell’estetica di Bianco-Valente si sono affiancate altre sfumature: i rosa, gli arancio e i viola.
Dall’altro lato le microimmagini: la piccola proiezione su vetro di Giostrina triste (1996) o il francobollo elettronico Untitled (1998-2000) che spicca sulla parete rocciosa del Palazzo delle Papesse a Siena, in collezione permanente. Ma le dimensioni non riguardano solo il formato delle immagini, bensì anche la grandezza dei soggetti. I due artisti prediligono l’utilizzo di visioni microrganiche, da (ri)animare al suono di battiti, vibrazioni, scariche elettriche. Astrazioni naturali e pulsanti, che replicano la trama instabile del pixel. Entrambe unità minime di senso, vitali le prime, iconiche le seconde.
L’interesse per la scienza biologica e neuronica, si mescola all’attrazione per i processi random, per i cicli naturali, come in Uneuclidean Pattern (2003) dove il simbolo del grano agitato dal vento allude al ciclo vitale, ma l’idea di temporalità e serialità è rafforzata sia dalla linea di scansione che compare nell’immagine, sia dal dispositivo a loop con cui il video è trasmesso.
Alla scienza ortodossa, che si ostina a spiegare i fenomeni naturali esclusivamente attraverso formule matematiche, scomponendo all’occorrenza un problema complesso in sottoproblemi più semplici, Bianco-Valente contrappongono invece la metodologia della simulazione, la scienza che studia la complessità, ricollegandosi direttamente a un sapere scientifico pre-moderno, quando ad esempio l’astrologia - l’arte di mettere in relazione la posizione dei pianeti nel cielo con gli accadimenti terrestri - era considerata una scienza pari all’astronomia.
Certo, le diverse forme in cui s’incarna l’estetica di Bianco-Valente hanno la loro importanza. La modalità di fruizione del loro lavoro cambia radicalmente se ci troviamo di fronte a un video monocanale, a un’installazione o una videopera musicale come Self Organizing Structures (2003) - nato dalla collaborazione con il musicista elettronico Mass, che ha curato la parte sonora di una serie di altre opere recenti - fino ai light box allestiti permanentemente in una stazione della metropolitana di Napoli.
Quest’ultima modalità di esposizione dimostra che in realtà le loro immagini digitali, anche se stampate (e quindi statiche), sono pur sempre cinetiche, poiché fruite da un pubblico in movimento, sulle scale mobili di un museo quotidiano sotterraneo.
La ricerca sugli stati (e strati) mentali e sulle loro progressive variazioni, dovute anche all’assunzione di sostanze chimiche e sintetiche, collega il lavoro di Bianco-Valente a una precisa stagione della sperimentazione audiovisiva: il cinema expanded statunitense degli anni ’50-’60. Penso soprattutto a personaggi come James Whitney e Jordan Belson, che hanno manipolato la luce e i colori per creare astrazioni cinetiche che rappresentassero bene i nostri percorsi psichici e spirituali. Quegli alchimisti analogici partivano però da esperienze personali, vivendo piuttosto isolati e dedicandosi allo studio delle discipline orientali.
Bianco-Valente non fanno uso di sostanze psicotrope (a quanto mi risulta) ma non sono meno coinvolti a livello personale rispetto alle problematiche che affrontano ogni giorno nella loro arte. Per esempio nel 2001 hanno iniziato il progetto RSM, legato ai viaggi e alle influenze astrali, con l’intento di verificare su se stessi la veridicità di un’antichissima teoria astrologica/astronomica, ricodificata negli anni ’70 ad opera dello studioso Ciro Discepolo, che postula dei cicli annuali a cui ogni essere vivente è imprescindibilmente legato e la possibilità, spostandosi sul globo terrestre al rinnovarsi di ogni ciclo, di influenzare gli avvenimenti futuri.
RSM non è stato ancora formalizzato come opera, ma ha già ispirato alcuni loro lavori, come ad esempio Relational Domain (2005), installazione composta da due videoproiezioni ad angolo, allusione al legame sottile che unisce tutte le cose. I viaggi di Bianco-Valente non sono semplici performance intime, private, invisibili al pubblico, bensì una sorta di esercizio spirituale volto a tracciare mappe fisiche e mentali, riflessioni sul rapporto tra luogo e destino. In occasione dei loro compleanni, i due artisti - dopo elaborati calcoli ottenuti per mezzo di un software sul moto dei corpi celesti - raggiungono luoghi precisi del globo terrestre, per ottenere gli influssi astrali desiderati.
Sono viaggi spesso impervi verso luoghi difficili da raggiungere, eppure necessari, non procrastinabili.
La consapevolezza quotidiana di vivere, agire e operare in un dominio relazionale, con la conseguente equivalenza che si stabilisce tra mente e universo, senso e destino, come può non orientare il lavoro (oltre all’anima) dell’artista? Come può non trasformare la sua prospettiva spazio-temporale? Viaggiare in posti non turistici, confrontarsi con realtà diverse dalla nostra, conoscere persone che percepiscono il tempo in modo diverso, tutto ciò muta profondamente anche parametri, modelli e significati della rappresentazione.
Tempo universale (2007) è un’altra videoinstallazione - stavolta articolata in tre proiezioni di grande formato - che tenta di rispondere a quesiti del genere, sotto forma di metafora. La visione in movimento di alberi ripresi dal basso che si stagliano contro il cielo all’imbrunire, è un richiamo al concetto di ramificazione e di corrispondenza tra scrittura celeste ed esperienza terrestre; ma questo lavoro sottolinea ancora una volta quanto l’essere umano sia inglobato in un sistema di relazioni visibili e invisibili: pur vivendo a latitudini diverse, condividiamo lo stesso cielo e tentiamo - attraverso dispositivi come la radio ad onde corte - di condividere anche lo stesso tempo.
I suoni che sentiamo in Tempo universale e che accompagnano questa specie di ossessivo scrutare il cielo alla ricerca di segni e pianeti, sono infatti generati dalle radio a onde corte; un tipo di trasmissione che, grazie alla riflessione ionosferica, è in grado di propagarsi in tutto il mondo. Per restituire quest’idea di simultaneità temporale, Bianco-Valente hanno progettato un dispositivo sonoro, articolato in dieci canali dolby surround, con altrettanti altoparlanti posizionati sul soffitto. L’installazione diviene per lo spettatore il pretesto per compiere un’esperienza di tempo oggettivo globale. Percepire il suono del mondo restando fermo in un solo luogo, non ricorda un po’ l’aleph di cui parla Borges nel suo omonimo racconto? Un punto da cui osservare contemporaneamente tutti i luoghi del pianeta.
Su questa linea si muoveranno anche i futuri lavori di Bianco-Valente. La coscienza di essere avvolti sempre e ovunque da onde elettromagnetiche (naturali e generate dall’uomo), sta spingendo i due artisti a trasformare il loro stesso corpo in una sorta di antenna, per metterlo in risonanza con le forme di energia vaganti nell’universo; allo stesso modo, creando una catena di esseri umani a forma di spirale, è possibile captare emissioni elettromagnetiche naturali provenienti da altri pianeti, come ad esempio Giove.
Dietro ciascuna immagine, dietro ciascun suono di Bianco-Valente, si cela una profonda riflessione scientifica ed un’attenta elaborazione estetica, ma il loro approccio resta sostanzialmente caldo ed è lontano dalle freddezze concettuali: tanto è vero che per poter leggere e comprendere una loro opera non è indispensabile aver accesso alle teorie scientifiche che l’hanno ispirata. È sufficiente la capacità di emozionarsi e di naufragare nel profondo oceano blu della memoria vibrando all’unisono con i suoni dell’universo.
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Bruno Di Marino: Neurovisioni, i video di Bianco-Valente |
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L'immagine elettronica costituisce nei video di Bianco-Valente una sorta di estensione cerebrale, la possibilità di una smaterializzazione corporea.
Suggestive e affascinanti, a volte rilassanti, più spesso stranianti, psichedeliche e ossessive (come il susseguirsi "strutturalista" dei volti di bambini accompagnato da una filastrocca dell'infanzia in Mind Landscape).
Le loro immagini mnemoniche fluiscono magmatiche, ribollono come una lava inarrestabile che travolge anche l'ultimo residuo corporeo e figurativo (sempre Mind Landscape). Intermittenze del cuore, della mente e della visione che parlano ai nostri sensi presenti, passati e futuri.
L'essenzialità delle loro elettrovisioni, spesso monocromatiche (il blu e l'azzurro dilaganti nei recenti video Deep in My Mind e Soft Luggage, il rosso di Still Untitled), ci riportano a un grado zero della sensorialità.
L'uso che Bianco-Valente fanno della tecnologia non è mai barocco e ridondante, ma sempre accuratamente controllato. Il contenuto è nel contenersi, senza inutili dispersioni di energia visiva e quindi di senso.
Questa filosofia dell'essenziale si oppone all'estetica dilagante del cosiddetto "postorganico" ancora troppo legata al corpo come macchina, alla performance come rituale carnascialesco e neoprimitivo.
Davanti ai loro lavori si ha la sensazione di scoprire per la prima volta l'immagine cinetico-astratta ottant'anni dopo gli esperimenti delle avanguardie cinematografiche. Classicismo tecnologico mai ingenuo, mai davvero "povero". Bianco-Valente pur giocando con la "bassa definizione" e con la "bassa risoluzione" del processo visivo di base, costruiscono immagini di grande perfezione formale.
Dell'immagine elettronica colgono la sua natura evanescente, virtuale, dinamica, metamorfica e, soprattutto, neuronica.
Il video è un processo tutto mentale. Liberarsi dal corpo vuol dire rigenerarlo, usare il medium tecnologico non per imbracare ancora di più la nostra macchina di carne, ma per ridurla a puro pensare o a puro vedere attraverso immagini che hanno la stessa natura del sogno. Il pensiero è in definitiva l'unica realtà (anche esteticamente) possibile.
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Diana Gianquitto: Bianco-Valente://Quello che c’è prima dell’arte |
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Sospensione. Sussulto dei battiti. Momentanea assenza del fiato. Trovarsi in presenza di un’opera di Bianco-Valente innesca nell’osservatore lo stesso istintivo cortocircuito mentale e psichico che si prova alla scoperta di una nuova realtà: un elastico rifluire della coscienza nel ritrarsi dalla piana dimensione dell’essere per rispecchiarsi più limpida in una accresciuta e vivida consapevolezza. Vivida e incandescente, proprio come il magma cromatico dalle fluorescenze rosso-aranciate e verdi elettriche che infiamma i pixel dei video e la superficie delle immagini del duo potentino-partenopeo. Come se si tornasse a essere tabulae rasae in attesa di essere riempite di informazioni, come se si vedesse per la prima volta il reale o, meglio, come se si percepisse per la prima volta il lucido senso di esso.
Percezione: è proprio questo meccanismo neuronale, funzione tra le più essenziali cui tutti i viventi forniti di un apparato cerebrale o pre-cerebrale devono la possibilità di interagire con la realtà esterna, il nodo centrale della ricerca di Giovanna Bianco e Pino Valente. Ma l’approccio dei due creatori con la tematica è marcatamente innovativo rispetto a quello che altri autori hanno avuto fino a questo momento. Provenienti da ambiti formativi diversi e apparentemente (1) antitetici- da studi umanistici di lingue e cinematografia lei, da approfondimenti scientifici di geologia lui- i due artisti, che sono “nati all’arte” insieme, grazie al reciproco innamoramento che è stato foriero di una scintilla creativa ed esistenziale ancor prima e ancor più che sentimentale, riversano nella loro indagine quella completezza di prospettiva che solo l’integrazione e la perfetta compenetrazione di due punti di vista distinti può assicurare.
Psiche e scienza: ecco la duplicità delle loro competenze, ed è a questo formidabile strumento operativo a due punte che si deve la binaria sensazione che si prova innanzi a una loro opera: da un lato un “raffreddamento” delle emozioni, che vengono riportate al grado zero del loro nascere, al momento cioè in cui esse sono ancora e solo percezioni in-connotate, prive cioè di valori attributivi positivi o negativi; dall’altro, un accelerato e propulso “riscaldamento” dell’aura suggestiva e quasi magica e dell’intensità comunicativa delle loro immagini. Binario feedback, si è detto, e infatti i due registri di “freddo” e “caldo” procedono in perfetta contemporaneità e simbiosi, non è possibile provare il primo senza il secondo e ciascuno rimanda inevitabilmente e istantaneamente all’altro: le due reazioni non possono sussistere separatamente. E, come quando si maneggiano ghiaccio e fiamma insieme, la sensazione dell’una enfatizza violentemente la percezione dell’altra. A cosa è dovuta questa doppia onda d’urto comunicativa? La disamina delle loro opere mostra un dato di fatto sorprendente, che allo stesso tempo ne individua l’inedita peculiarità: mentre l’arte del passato aveva cercato di essere alternativamente o mimesi fedele del reale- come in tutti i Realismi delle varie epoche- o replica dell’emotività da esso generata- come nel Romanticismo o nell’Espressionismo- o studio biologico sulla percezione di esso- come nell’Impressionismo e nella Op Art- l’arte di Bianco-Valente riesce invece ad assolvere tutte e tre queste funzioni pur non identificandosi in nessuna di esse. La loro opera, senza voler essere né un’imitazione dell’oggettività, né l’espressione delle emozioni del soggetto, né un meccanicistico studio percettivo, ricrea in modo a dir poco demiurgico un’altra realtà, una seconda natura. Grazie a un paradossale uso della tecnologia, che viene usata per catturare frammenti di reale già “sabotati” in partenza nella loro veritiera corrispondenza dalla fonte, in virtù di un uso della strumentazione che ne accentua- tramite filtri, lenti, modifiche strutturali- più l’aspetto di indeterminatezza e instabilità dell’immagine che quello di meccanica high fidelity, c’è nel loro lavoro l’ambizione a ricostruire un Secondo Mondo in laboratorio (2), convincente e “oggettivo” nella sua plausibilità almeno quanto quello originale.
Lo scopo non è però di ricreare mimeticamente il naturale, ma di ricostruire una determinata percezione o “immagine mentale” di esso. E a ciò fa ottimo gioco proprio l’uso volutamente impreciso e sfocato della tecnologia, che riesce in tal modo a riprodurre immagini che, nella loro indeterminatezza e nelle loro sbavature, sono in tutto e per tutto simili a quelle che sperimentiamo nelle nostre memorie o nella dimensione onirica. Si sarebbe allora tentati di desumere che l’opera di Bianco-Valente serva principalmente come veicolo per l’intimità soggettiva ed emozionale degli artisti; e invece no, ed è proprio questa la specificità maggiore che differenzia e rende inconfondibile la ricerca del duo rispetto ad altri esperimenti nella storia dell’arte incentrati attorno al valore dell’Io. La presentazione di queste “immagini mentali” al fruitore, infatti, non è “emotivizzata” e “soggettivizzata” in partenza, non è cioè caricata di significati psicologici già dati e determinati dalla storia e dall’affettività personale dei due artisti- ed ecco spiegata la sensazione di “raffreddamento” precedentemente descritta- ma è al contrario volutamente lasciata indeterminata, aperta al completamento da parte dell’emotività dell’osservatore e a tutto ciò di cui egli vorrà riempirla, senza fornire in alcun modo una chiave di lettura prestabilita e univoca. E sarà proprio la partecipazione emozionale del fruitore a caricare di senso e soggettività- ma della sua propria soggettività, non di quella degli autori- l’opera.
Il senso di violenta veridicità dell’esserci e l’acuta comunicatività delle immagini di Bianco-Valente- il “riscaldamento” di cui si parlava- derivano paradossalmente proprio dal fatto che esse sono prive di una soggettività già condizionata, nella quale al limite potrebbe anche capitare di non immedesimarsi e riconoscersi, e costituiscono invece come delle plausibilissime immagini mentali che gli artisti, novelli Matrix, “innestano” nel nostro cervello, lasciandole aperte all’interpretazione emotiva che esso vorrà dare a esse, come schermi bianchi sui quali proiettare liberamente le proprie reazioni psicologiche (3). Davvero una seconda natura e un’altra realtà davanti alla quale la nostra mente è posta. Ecco dunque che il cerchio si chiude, e che si evidenzia come il duo riesca, attraverso la riproposizione di percezioni mentali così convincenti da essere vissuti come una seconda realtà capace di stimolare nel pubblico anche intense risposte affettive, a stringere insieme tutte le principali correnti di ricerca dell’arte fino ai giorni nostri- su oggettività, soggettività e percezione- e ad andare anche al di là di esse. L’innovativo approccio alla tematica percettiva consiste proprio nel fatto che le loro opere, lungi dall’essere meri studi biologici sul fenomeno, si pongono esse stesse come “macchinari innescatori” di emozioni, non passivi registratori di un sentire preesistente ma produttori essi stessi di sentimenti (4).
Così forte è la spinta a essere creatori di un “mondo ulteriore” che alcune ricerche del duo sono direzionate a replicare tecnologicamente non soltanto la realtà mentale delle immagini, ma addirittura la realtà organica degli esseri viventi e dei loro processi evolutivi o comportamentali (5). La tecnologia stessa nel lavoro dei due artisti, del resto, non sembra porsi come elemento a contrario rispetto alla natura, ma pare quasi essere considerata anch’essa parte integrante di quest’ultima. Nel rapporto tra l’elemento tecnologico e quello naturale, l’interesse del duo sembra rivolgersi maggiormente a evidenziare i punti di contatto e di reciproca interferenza che a rimarcare una totale estraneità dei due ambiti. Del resto, la tecnologia in quanto prodotto dell’uomo non è a esso completamente aliena: basti pensare alle ricerche di Derrick de Kerckhove su come il funzionamento dell’ipertestualità e delle reti informatiche replichi quello della mente umana. E anche la nostra essenza è in qualche modo simile a un computer, dal momento che siamo un insieme di corpo/hardware e di mente/software. Le interconnessioni stupefacenti tra mondo naturale e tecnologico, tra hardware e software, tra corpo e mente sono tematica centrale di molti lavori di Bianco-Valente (6). In ogni caso, in tutte le loro opere, il volontario evidenziare i limiti e le inesattezze delle macchine può essere letto proprio come un voler cogliere il loro punto di tangenza con l’ “imperfetto”organico. Inconfutabile è infine l’uso “umano” della tecnologia, non meccanicamente passivo ma consapevolmente attivo, nella stessa metodologia creativa degli artisti (7).
Ma la riflessione sulla de-soggettivizzazione delle immagini e sul necessario contributo da parte dell’osservatore per attribuire un senso emotivo ad esse ci porta automaticamente a riconoscere un altro carattere essenziale delle opere di Bianco-Valente: il loro essere, nel senso più profondo del termine, arte interattiva. Il “marchingegno” creativo progettato dagli artisti è incompleto senza la partecipazione interiore attiva del fruitore, e, anzi, la presuppone costituzionalmente. Questo aspetto è davvero fondamentale nella loro arte, anche se a prima vista passa forse inosservato, in virtù della facies estetica comunque completa e autonoma che il duo fa attenzione a lasciare nella propria opera, in modo da rendere possibile una comunicazione efficace anche solo a un primo livello di lettura meno spinto in profondità. E’ anche a questa esigenza, oltre che a un non comune senso dell’euritmia dell’immagine, che si deve l’equilibrio formale, compositivo e cromatico dei loro lavori. In particolare, il colore- generalmente assestato su tinte fluo ed intensamente espressive- gioca un ruolo fondamentale. Ma la comprensione più profonda e completa della loro opera non può prescindere da una necessità di interattivo completamento o “inferenza”- per usare un termine e un concetto sul quale si stanno concentrando le ultime sperimentazioni anche ottiche del duo- cognitiva ed emotiva da parte del pubblico. In relazione ad altri esperimenti di arte interattiva, anzi, la partecipazione richiesta è ancora più intensa, dal momento che investe la sfera profondamente psicologica dell’individuo. Rispetto, ad esempio, ad alcune ricerche di Studio Azzurro, grandi pionieri e indagatori dell’utilizzo del video nell’interattività artistica, è interessante rilevare come si operi una esatta inversione di termini: laddove negli “ambienti sensibili” dei primi l’emozione e il lirismo soggettivo appaiono già immessi nell’opera dall’inizio, mentre al fruitore si richiede una attivazione e una percezione reale della macchina-opera, attraverso le “interfacce naturali” (8), nelle opere di Bianco-Valente, al contrario, lo studio sulla percezione e sulla sua plausibilità realistica è maggiore in partenza, mentre la parte emotiva è demandata al pubblico, cui compete un completamento di tipo psicologico-cognitivo. E’anche per questo che gli artisti lasciano volutamente non chiaro il contesto situazionale delle loro immagini, per stimolare maggiormente una libera inferenza partecipativa da parte di chi guarda.
Come tutta l’arte interattiva, anche le opere dei due autori sono non un “oggetto” artistico già dato e determinato in partenza, ma un processo creativo che si realizza in fieri. Esse stesse diventano in tal modo realmente vita, calda e palpitante esistenza attuantesi nel momento presente. Del resto il concetto di arte come fenomeno evenemenziale che si realizza solo nel suo effettivo “accadere” esistenziale è fondamentale anche nella genesi del duo artistico, che come si è detto si è formato in seguito a una reale unione di vita, e persino nella sua metodologia di lavoro, che spesso accoglie stimoli provenienti da veri incontri con altri artisti. A ciò si devono, ad esempio, le numerose collaborazioni con musicisti. La musica stessa ha d’altra parte un ruolo di grande rilevanza nelle creazioni di Bianco-Valente, e col suo invadere l’ambiente reale e attribuire multisensorialità alle opere le avvicina ancor maggiormente a una forma di arte totale, arte-evento e arte-vita. L’esistenza e le infinite possibilità dei suoi intrecci hanno inoltre già spesso costituito vibrante fonte di ispirazione per gli autori, sia nell’accezione di neurologici “intrecci di idee e ricordi” (9) che nel senso di astrologici “intrecci del destino” (10). Una sicura consapevolezza dell’imponderabilità della vita e dell’impossibilità di qualsiasi previsione, incasellamento o definizione relativi ai suoi eventi è l’aspetto che più prepotentemente emerge dal modo in cui i due autori avvicinano la tematica dell’esistenza, nei suoi processi sia organici sia mentali (11). A ben vedere, ciò altro non è che coscienza e profondo rispetto della libertà di ogni essere vivente: la stessa libertà ed apertura alle infinite possibilità che, guarda caso, gli artisti lasciano alla ricezione emotiva da parte dell’osservatore, infondendo in lui, oltre a una risposta partecipativa, la profonda lezione che qualsiasi irrigidimento o etichettamento della vita equivale a renderla morte.
Un’arte che avviene come vita, che nasce solo nel momento di effettiva partecipazione del fruitore, inverandosi nella colorazione emotiva che egli attribuisce alle “immagini mentali” del reale: l’opera di Bianco-Valente è la ricreazione di un Mondo originario in cui non c’è ancora la differenza tra percettore e percepito, è uno stato primordiale dell’essere che è contemporaneamente la captazione del reale e il reale stesso. E’ l’Universo nella sua fase di gestazione embrionale, un tutt’uno inscindibile tra la natura oggettiva e la sua ricezione soggettiva in cui l’una non è distinguibile dall’altra, proprio come sono un’unica cosa la madre e il figlio da lei portato in grembo, due vite in un unico corpo. E’ quell’incandescente bolla di vita che c’era prima che l’essere-uomo si separasse dal cosmo che ora egli percepisce, è l’arte del fusionale e della fusione, dell’olistica unione tra il vivente e il suo ambiente (12). E’la verità, è quel mondo immensamente vero che solo può esistere quando ancora non è avvenuta la separazione tra conoscibile e conoscitore, e la gnosi è ancora possibile. E a “far nascere” l’arte, e a scegliere che volto dare alla verità, sono proprio le nostre emozioni, che attuando il processo di percezione si pongono come entità percettrice innanzi al percepibile e riempiono di senso le immagini. Ecco perché davanti alle creazioni del duo scatta immediatamente l’esigenza di capire, di riconoscere: è proprio la scelta di ciò che si vorrà vedere in esse a far nascere l’emozione, e la verità. C’è nel loro lavoro, al di là di ogni autistico nichilismo nei riguardi della possibilità di comunicazione col mondo e col vero, la sensazione che si possa ancora aprire uno spiraglio sull’Assoluto, seppur su un Assoluto soggettivo, e giungere ad attribuire al reale un senso, foss’anche un’ unità minima di senso (13). E, in fin dei conti, nessun Assoluto può essere più vero di quello che è valevole profondamente per il singolo individuo. L’impressione di sfioramento del Bello, del Sublime (14)- intesi non come attempate categorie leziosamente idealistiche, ma come quello stato di libera attualizzazione dell’essere che deriva dal riuscire a conferire un senso anche allo squallido e al doloroso- che capita spesso di avvertire nelle loro immagini è probabilmente dovuta proprio al completamento di senso esistenziale, ancor prima che psicologico, che gli artisti riescono ad attivare in noi. L’opera di Bianco-Valente non è rielaborazione emotiva della vita, è essa stessa reale percezione che innesca l’emozione e il significato; essa individua sottilmente quello che c’è nel momento appena precedente al ri-conoscimento e all’interpretazione del reale, quello che viene prima del compimento, con l’inferenza psicologica dell’osservatore, del processo artistico: essa è, a tutti gli effetti, quello che c’è prima dell’arte. E cos’è che c’è prima dell’arte? Siamo noi, è la Vita, è quel primigenio magma universale alogico che precede qualsiasi sovrastruttura cognitiva e morale, è il Deus sive Natura di Spinoza e l’al di là del bene e del male di Nietzsche, è il Dio creatore e distruttore degli Induisti, è l’insieme di Materia e Spirito. E’, in fin dei conti, solo l’esistenza, la fotografia dell’esistenza. E ognuno la percepisca come crede.
Note:
1 In realtà i due campi non mancano di punti di contatto: oltre alla considerazione che la scienza, soprattutto in seguito agli studi sui quanti e sulla relatività, ha recentemente scoperto di essere meno “esatta” e più “imponderabile” di quanto si credesse precedentemente, c’è anche da riflettere su come le scoperte scientifiche siano rese possibili da una certa componente di “creatività” intellettuale. Inoltre, gli studi più avanzati di linguistica non possono prescindere da una considerazione “scientifica” dell’aspetto bio-morfologico degli organi di fonazione.
2 Oltre al fatto che l’interesse per la percezione è terreno trasversale di incontro per ricerche sia biologiche sia psicologiche e psico-linguistiche, anche tale “ricreazione laboratoriale” di una seconda realtà costituisce in qualche modo un punto di contatto tra la formazione di Pino (la scienza da sempre adotta simulazioni in laboratorio) e quella di Giovanna (in qualche modo l’immagine cinematografica è un convincente “secondo mondo” artificialmente ricreato).
3 Simile psicologicamente è la ricostruzione laboratoriale di episodi della propria vita nella tecnica dello psicodramma in ambito ludoterapico, in cui l’interpretazione emotiva e l’attribuzione di senso sono demandati all’osservatore-protagonista e non agli altri interpreti. Per altri versi, simile è anche l’ideale dello “schermo bianco” di freudiana memoria.
4 La presenza della soggettività degli autori, estromessa dalla colorazione emotiva che viene invece lasciata al fruitore, è dunque in qualche modo limitata al particolare “taglio” percettivo di realtà che essi decidono di mostrarci, come se gli artisti decidessero di farci semplicemente vedere “con i loro occhi” il mondo; e ognuno, poi, lo interpreti come crede. In questo, il loro lavoro è impressionantemente prefiguratore di alcuni innovativi macchinari recentemente presentati, sorta di telecamere così piccole da costituire quasi degli “occhi bionici” che possono essere “indossati” per tutto il giorno, allo scopo di restituire davvero agli altri “il mondo visto con i propri occhi”. Bianco-Valente però vanno ancora oltre, perché mostrano la percezione mentale, e non una passiva registrazione ottica del mondo.
5 Si veda Alife, o Volatile.
6 Machine is dreaming, Breathless.
7 Lo sforzo di attribuzione di senso alla tecnologia nel lavoro di Bianco-Valente produce quella “ricollocazione dell’Uomo contemporaneo rispetto al mezzo tecnologico” di cui parla Paolo Rosa relativamente al particolare uso della tecnologia da lui auspicato.
8 “Ambienti sensibili” e “interfacce naturali” sono terminologie dello stesso Studio Azzurro, e indicano installazioni a dimensione ambientale in cui l’interazione è suscitata da strumenti e gesti interamente naturali, quali il semplice tocco della propria mano (Tavoli) o il proprio soffio (Il soffio dell’angelo).
9 In Relational Domain, ad esempio.
10 Si veda Tempo Universale.
11 Esemplare dell’impossibilità di una lettura assolutamente esatta, matematicamente “euclidea” e “cartesiana”, del reale è Uneuclidean Pattern.
12 Così, l’unione corpo-mente e natura-tecnologia che si respira nelle sperimentazioni del duo è solo maquette in piccolo della più ampia unione del vivente-percettore con il suo ambiente-percepito.
13 Proprio Unità minima di senso è il titolo di un’opera di Bianco-Valente incentrata su ricordi, idee, esperienze presenti nella propria mente.
14 Tra le diverse colorazioni che può assumere il senso del Sublime in Bianco-Valente c’è anche una sorta di panico senso di immersione nella natura (elemento dichiaratamente molto amato dagli artisti), alle volte enfatizzato da un punto di vista ribassato, come nel già citato Uneuclidean Pattern. Ma notevole è anche la presenza di quello che Mario Costa definirebbe “sublime tecnologico”, come in Tempo Universale.
luglio 2007 |
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Elena Fierli |
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Immagini mentali - immagini biologiche. Così può essere introdotto il lavoro di Giovanna Bianco e Pino Valente i due artisti napoletani che delle immagini studiano e ricercano il processo formativo a livello cerebrale.
Ciò che a loro interessa, infatti, è il rapporto tra l'informazione che arriva al cervello e la sua traduzione in immagine per la mente, il lavorio dei neuroni, delle sinapsi, il flusso delle onde che si trasformano. Il ricordo, l'emozione, le sensazioni che noi percepiamo come qualcosa di chiaro e nitido ma che sono il prodotto di processi biologici e chimici che la mente elabora e converte. La formazione dei suoni nella corteccia cerebrale e il loro mescolarsi e confondersi con suoni sintetizzati e campionati al computer. La riproduzione nell'opera di tali processi.
Un'indagine del mondo digitale, fotografico, televisivo fatta attraverso i processi meccanici che spesso ci sfuggono perché troppo attratti dal prodotto finito. E anche un'indagine che trova il parallelo tra ciò che si forma nella nostra mente e il "soffice" mondo della meccanica digitale che produce immagini così tanto assimilabili a quelle mentali perché come queste sono effimere, soggette all'usura del tempo, al venire dimenticate.
Bianco Valente utilizzano il video e la fotografia proponendo soprattutto installazioni con immagini sfocate, sgranate, poco definite. L'aterazione dell'immagine non è successiva alla ripresa ma volutamente "sbagliata", volatile, offuscata. Questo perché del video prediligono i limiti, la bassa definizione delle immagini, la loro evanescenza, la difficoltà della messa a fuoco. Nell'era dell'informazione i due artisti ricercano anche la riproduzione della tridimensionalità, della realtà esterna attraverso l'occhio della telecamera e il filtro del computer, in uno sperimentare continuo verso il superamento dei limiti spazio-temporali del proprio corpo e della propria mente.
"Per noi "postorganico" non vuole dire migliorarsi con l'inserzione di protesi fisiche ad alta tecnologia, che pongano riparo al decadimento o alle limitazioni strutturali del nostro corpo. Per noi "postorganico" significa la fuga da vivi dal proprio corpo, prima che il lento e progressivo disfacimento cui è sottoposto, ponga termine alla attività cerebrale e quindi alla nostra reale esistenza. La somma di tutte le esperienze vissute, il nostro bagaglio soffice, è un'unica intricatissima traccia che si snoda nei miliardi di connessioni sinaptiche neuronali. Riuscire a decodificarla per affidarla a memorie attive non organiche, connesse in rete fra loro, ci renderebbe entità coscienti immateriali, capaci, alla velocità degli impulsi ottici, di acquisire nuove esperienze e spostarci senza limiti."
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Rita Kersting |
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Il duo artistico napoletano Giovanna Bianco e Pino Valente – Bianco-Valente – esplora i modi in cui l'occhio, il cervello e la memoria si mettono in correlazione. Le loro installazioni, i video, i testi e i disegni si ispirano a esperimenti scientifici sulla percezione e trasformano le scoperte sulle sostanze chimiche, strutture di organi di senso e funzionamento del cervello in installazioni sperimentali, essenziali ma artisticamente provocatorie.
La distorsione percettiva, la frammentazione delle immagini e le lunghe catene reattive che un pensiero può innescare sono tipici problemi indagati da Bianco-Valente. Sotto forma di installazioni tecnicamente sofisticate, essi ricostruiscono chimicamente i principi dimostrati di causa-effetto della percezione umana (“Machine is dreaming”, 2001).
Bianco-Valente danno per scontato che in futuro le macchine svilupperanno una coscienza propria e saranno in grado di interagire in maniera spontanea e autonoma con il mondo esterno.
I dualismi corpo-mente e naturale-artificiale sono esaminati nel loro lavoro. Un lavoro in progress che sembra basarsi su questi concetti e accenna a una potenziale infinità di reazioni a catena, consiste in una striscia sottile di carta lunga diversi metri e avvolta in maniera ingarbugliata, su cui Bianco-Valente hanno scritto giorno per giorno pensieri e immagini che si presentavano alla mente.
L'oggetto di carta sistemato in maniera imprecisa ricorda un cervello che incita i visitatori a leggerne alcuni centimetri e a gettare uno sguardo nell'infinito immaginario degli artisti.
Tratto dal catalogo di "Reisefreiheit" Ed. Neue Kunst in Hamburg 2003 |
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Antonella Micaletti |
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Manipolando immagini, Giovanna Bianco e Pino Valente è come se cercassero di tracciare nuove mappe per scoprire nuove dimensioni.
Danno fisicità ad una dimensione impalpabile, rendono visibile l'immagine mentale e finiscono per circumnavigare se stessi.
Se infatti la forza visiva dell'immagine corrisponde ogni volta alla rivelazione di un ambito sconosciuto e poco descrivibile, ancor di più rappresenta una diversa tappa di un processo di trasformazione, che è corporeo e biologico prima che visivo ed estetico.
Soprattutto, esso riguarda gli artisti stessi prima che il fruitore.
L'idea che la realtà sia innanzitutto un perpetuo flusso di trasformazione li induce a stare ricurvi, con la stessa ossessione di due studiosi, a ricercare tutti i possibili passaggi, a fissare e a rendere reale qualunque stadio che, pur essendo transitorio, possa essere colto e difuso.
La loro casa è il loro cervello, il luogo in cui avengono la catena di processi che rende consapevoli di qualunque operazione stessa del pensiero. Elaborano gran parte del loro lavoro stando in casa, al computer, cercando di penetrare il mondo a partire da minuscoli frammenti, dimostrando con ogni lavoro che la poesia e l'arte sono soprattutto un atto cognitivo. In quanto tale, il loro destino è di registrare se stessi, aspettando di compiersi indefinitamente.
Infatti immagini suadenti, suoni e colori catturano lo spettatore in inedite realtà tridimensionali. Ma poi la loro poetica si scopre soprattutto un'arte del limite: la leggerezza e delicatezza dell'opera tradisce la natura incorporea delle immagini, rivelando che la loro poesia è un'emanazione della mente e in quanto tale non ha confini. Bianco-Valente si esprimono soprattutto attraverso il video proprio per la qualità instabile propria della scarsa risoluzione delle immagini elettroniche, che risulta perciò appropriata alla natura puramente mentale delle stesse.
Anche la loro installazione richiama la loro natura non oggettiva. In "Untitled" (1998) per esempio una figura umana che si muove lentamente è visibile in un minuscolo schermo a cristalli liquidi incassato nel muro, costringendo perciò lo spettatore ad un isolamento dagli altri e ad una concentrazione sulla propria dimensione, su uno spazio assolutamente ristretto ad un'esperienza individuale. Il lavoro, d'altra parte, è installato all'interno di una mostra e quindi l'operazione di fruizione viene effettuata da tanti singoli individui, che non possono comunicare su di esso se non operando un'ulteriore trasformazione attraverso il linguaggio.
Nel video "Welcome X" (1998), realizzato insieme al gruppo musicale 24 Grana, si susseguono immagini organiche ad altre che rimandano ad un non identificabile paesaggio, con un ritmo che sembra trasformare le une nelle altre.
E più recentemente il soggetto delle loro immagini è sempre più esplicitamente organico: il particolare biologico che rende possibile lo scambio tra realtà e attività cognitiva, tra invisibile e percepibile. Cellule cerebrali ingigantite e colorate diventano soggetti del lavoro, ritratti di organismi viventi che portano in se contemporaneamente tanto la memoria di dati contenuti geneticamente quanto il futuro delle operazioni fisiche ed emozionali che saranno in grado di innescare.
Tratto da: House, cat. a cura di A. Micaletti, M. Massaioli Editore, Pesaro, 2001 |
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Sergio Risaliti |
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Paesaggi mentali, circuiti artificiali, visioni schizoidi, mondi dipinti con l'uso di tecnologie sofisticate che interagiscono con gli organi e le membrane, con i neuroni. Siamo già nell'epoca delle biotecnologie.
Le opere di Bianco-Valente, coppia di artisti napoletani, rappresentano a livello di riproduzione uno spartiacque.
La tecnologia invade il campo artistico, spinge l'arte ancora più dentro la realtà esterna ed interna, l'evoluzione digitale, tuttavia avanza sull'unico piano di realtà che ci è ancora permesso, ed è quello fenomenologico ed esistenziale.
Come scriveva Merleau Pounty, "la visione è l'incontro di tutti gli aspetti dell'essere come ad un crocevia". L'artista si pone al centro di quest'incrocio e getta la tecnologia nello spazio illimitato della materia, in quello della nostra psiche.
Nei quadri stampati a cera di Bianco-Valente le figure fluttuano in ambienti allucinati, come all'interno della struttura molecolare e neuronale, in spazi senza confini, dilatati, confusi, percorsi in stato di allucinazione. Sulla pelle resta un sapore, la memoria di qualcosa già attraversato o conosciuto, di un vissuto, in questa o forse altra vita, ultraterrena.
E tutto si svela nella complicata combinazione di immagini e associazioni, di sensazioni e apparizioni che si insinuano nei nostri occhi, che percuotono l'interno, allo stesso modo dei suoni che essi elaborano digitalmente, stirandoli come membrane e non più come onde.
I video, le installazioni e le fotografie di Bianco-Valente non si compongono semplicemente di immagini tecnologiche, non usano la complessità strutturale come strumento di affabulazione, ma penetrano nella trama della percezione tentando di ritrovarne il capo, l'origine pre-umana, il linguaggio che tiene unito e saldato il corpo alla mente.
E' questo l'universo pre-umano, universo che sta ben oltre i limiti raggiunti dalle infinite protesi tecnologiche, che essi rivoltano verso l'esterno, rendendolo visibile e percepibile, per quel breve istante, per quel minuto di durata della proiezione, come un flash che scoppiando acceca lo sguardo.
E se il corpo è ciò che lega il vivente alla terra, alla vita, a uno spazio tangibile e concreto, mostrando se stesso in tutta la sua precarietà, piccolezza e pesantezza, ciò che attraverso la mente si percepisce dell'oltre, è la testimonianza di uno spazio mille e mille volte più gigantesco, più complesso e sterminato. Il loro è un gioco sottile, pericoloso: l'opera nasce ai limiti del linguaggio e della tecnica, nella dimensione ignota della visione e della percezione, dove spazio e tempo, finito ed infinito, sono fatti allo stesso modo di materia e spirito.
Le loro opere sottendono un interrogativo: quanto la materia esiste e resiste rispetto alla mente? Attraverso la folle combinazione di tempo energia, può avvenire la smaterializzazione? L'ironia dell'esistenza umana, che combina proprio questi due elementi, così distanti e incompatibili, in un unico essere, è forse questa. Quali occhi vedono questi paesaggi, quali sensi percepiscono queste dimensioni, questi colori, questi suoni? Occhi di un alieno provenienti da un mondo "di fuori" o occhi rivoltati all'interno di una dimensione più illimitata di qualsiasi esterno? Sensi che solo la tecnologia ci mette a disposizione?
Il colore è il luogo dove si incontrano il nostro cervello e l'universo, amava ripetere Cézanne.
Forse il caldo del sud provocava anche a lui allucinazioni, quell'acuta sensibilità, che sconvolse Van Gogh obbligandolo alla resa.
2000 |
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Gianni Romano |
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Dal 1995 Giovanna Bianco e Pino Valente realizzano delle immagini videodigitali che vengono mostrate come video oppure successivamente "fermate" e trasferite su altri supporti. Il video cattura le immagini che vengono poi trattate con una macchina fotografica digitale, con lo scanner, e stampate su tela o su pvc.
Questa "pausa" tecnica è necessaria alla finalizzazione dell'opera, dell'Immagine finale da consumare, ma nel loro caso assume anche ulteriori connotazioni. Lo scarto tra l'immagine in movimento e l'Immagine fissa produce una strana tensione, tanto più che i loro video sembrano eccessivaniente lenti, mentre le loro fotografie conservano la tradizionale qualità dinamica della fotografia.
Anche i titoli di queste opere (Transito, R.E.M., Lost, Mind Landscape, Deep in my mind...) allontanano la giovane coppia di artisti dall'ipotesi di un loro distratto tergiversare nel glamour dell'immagine tecnologica e suggeriscono una dimensione più umanistica: un'atmosfera interiore che permetta un discorso sull'uomo piuttosto che sulle ultime mirabilie tecnologiche.
In effetti Bianco-Valente confermano un'impostazione diversa della poetica che scaturisce dalle loro immagini: "Ci piacciono le immagini elettroniche, il loro povero potere risolutivo, la loro natura che le genera evanescenti e non durature. Ci piace la loro similitudine con le immagini mentali che noi percepiamo come chiare e definite da qualche parte nella nostra mente, mentre non sono altro che il momentaneo ricomporsi di oscuri ed íperframmentati codici biochimici".
Fermare le immagini è un'operazione che rimanda immediatamente ad una delle questioni estetiche di fine secolo, la perdita di memoria; la capacità tecnologica di immagazzinare immagini e l'incertezza di non sapere quali immagini conservare. Se, da una parte, gli strumenti di registrazione elettronica invecchiano rapidamente, il loro degrado ci espone al rischio di "dimenticare" tutto ciò che nel corso degli anni abbiamo provato a conservare.
Bianco-Valente rispondono con la persistenza dei ricordi, delle immagini che testimoniano di un vissuto significativo, con tutti quei processi di attività cerebrale e di selezione che facevano dire a Leonardo che "l'arte è cosa mentale" e non un semplice stratagemma per inventarsi l'immagine del momento.
Tratto da: Bianco-Valente, di G. Romano, Zoom sett./ott. 1998
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Pierluigi Casolari, intervista a Bianco-Valente |
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Il vostro lavoro si distingue da quello di molti altri artisti che usano le nuove tecnologie, in quanto rigetta completamente il tono glamour, laccato e patinato dell'immagine digitale, per coglierne, invece la dimensione sgranata, a bassa definizione e sfumata. E' dunque vero quanto afferma Gianni Romano, circa una vostra presunta sensibilità più umanistica che tecnologica?
Il nostro lavoro è incentrato sulla dualità fra il corpo e la mente, una struttura organica di carne, definita e limitata nello spazio e nel tempo, che porta in giro la mente, un fenomeno spontaneo senza confini apparenti, totalmente libero e autoreferenziale.
Ci interessa indagare i confini di questa entità immateriale che abita le circonvoluzioni della corteccia cerebrale, capire dove possiamo individuare un punto di contatto che lega indissolubilmente i due domini.
La tecnologia serve dunque per l'uomo ed è l'uomo a farla funzionare. E' questo il senso di alcune vostre istallazioni in cui si vedono oggetti tipo computer, registratori e altri dispositivi per terra che sembrano inerti ingranaggi metallici?
Da sempre facciamo uso della tecnologia per il nostro lavoro, ma non con l'intento di stabilire una superiorità della macchina rispetto alle capacità umane, piuttosto per definirne i limiti, evidenziare i paradossi che scaturiscono dal suo impiego. Per questo computers o altri dispostivi tecnologici che appaiono in diverse installazioni, sono sempre mostrati nella loro minima essenzialità, poggiano “nudi” sul pavimento.
Quello che ci interessa è sottolineare le relazioni fra il naturale e l'artificiale, come cioè entità artificiali riescano a generare fenomeni che noi percepiamo come naturali: nel caso di “Volatile”, ad esempio, il volo di uno stormo di uccelli, per “Machine is dreaming”, invece, il suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia.
L'uso di inquadrature ristrette e di immagini sgranate farebbero pensare ad una rappresentazione artistica dei fenomeni percettivi e cognitivi dell'uomo, come per esempio la memoria, gli stati allucinatori, l'esperienza corporea. Oltre a questo livello di indagine, vi occupate anche della sfera emotiva?
Non direttamente: l'immaginario ricorrente dei nostri lavori sono i “mindscapes”, visioni distorte e dai colori alterati della natura, quasi a voler fissare sulla tela una sorta di immagine mentale.
La figura umana dai lineamenti incerti, sfocata e priva di definizione, a rappresentare la nostra parte immateriale e, infine, come contrappunto (la dualità fra il corpo e la mente), immagini di cellule organiche riprese al microscopio.
Più che lo stato emotivo ci interessa “l'adattività”, le dinamiche che ogni essere vivente (compreso l'uomo, ovviamente) mette in atto per percepire l'ambiente circostante, interagire con esso ed adattarvisi.
A rendere le cose più interessanti e a spingerci a lavorare anche alle relazioni che legano il naturale all'artificiale, ci sono gli annunci, sempre più frequenti, del prossimo debutto di macchine “intelligenti”, che svilupperebbero in piena autonomia una sorta di stato mentale che gli permetterebbe di interagire con ciò che le circonda.
Se ciò fosse vero, la dualità corpo-mente non sarebbe più relegata soltanto alla sfera organica, ma anche a quella artificiale fatta di semplice metallo, silicio, plastica e stati elettrici.
Nelle vostre opere compaiono spesso rappresentazioni che sembrano prese in prestito dalle analisi molecolari al microscopio, dalle tecniche diagnostiche mediche e dalle nuove applicazioni delle biotecnologie. Tuttavia, non mi sembra che la vostra sia un'esaltazione e glorificazione della scienza. In alcuni vostri lavori (penso per esempio a opere come Mindscape, Deep Blue Ocean of Emptiness) mi sembra, piuttosto, di scorgere la presenza di una dimensione oscura, angosciante e irrazionale qualcosa legato al nostro incoscio più profondo e come tale sfuggente e indefinibile. Condividete questo tipo di lettura?
Siamo convinti che conosciamo molto poco noi stessi, la mente è come un mare vastissimo che navighiamo solo marginalmente, sempre nelle stesse zone, consuete e rassicuranti.
Scendendo in profondità o spingendoci al largo, troveremmo via via la nostra parte evolutivamente più arcaica, gli istinti, le paure ataviche, incontreremmo i mostri che ci inseguono negli incubi, fino ad arrivare al punto in cui la mente è in qualche modo legata al corpo, al cervello.
E' un viaggio metaforico che ci piace immaginare.
Alcune ambientazioni dei vostri video evocano spazi urbani dismessi e abbandonati, personaggi solitari ed emarginati. C'è secondo voi un legame tra certi stati allucinatori e ossessivi della mente e situazione di disagio ed emarginazione sociale?
Non ci interessiamo, con il nostro lavoro, alle dinamiche sociali, esse intervengono (come tutti gli altri fattori legati al vivere quotidiano) solo in maniera indiretta e mediata nelle opere.
Quali sono gli artisti degli ultimi decenni che hanno maggiormente influenzato il vostro lavoro e quali quelli italiani e attuali a cui vi sentite più vicini?
Non ci riconosciamo nella scia o nell'influenza di nessun artista in particolare.
Abbiamo cominciato a lavorare tardi, venivamo da altre storie: Giovanna si è laureata in lingue con una tesi in storia del cinema, Pino ha studiato, senza laurearsi, da geologo.
Ci siamo conosciuti ed è scoppiata la passione, abbiamo cominciato a lavorare, le prime risposte sono state incoraggianti, ed eccoci qua.
La pittura, forse il mezzo più diretto di rappresentare qualcosa che esiste solo nella propria mente, ci affascina molto, e le tele di Francis Bacon in particolare.
Il lavoro di Tom Friedman ci intriga e lo troviamo divertente e, per certi versi, ci piace il lavoro di Gary Hill.
Ci sono dei film o dei libri che hanno condizionato la vostra sensibilità artistica?
Secondo la teoria che Richard Dawkins ha presentato con il suo libro “Il gene egoista”, noi non siamo altro che delle macchine inconsapevoli al servizio dei geni che compongono il nostro codice genetico. I geni hanno scoperto, all'inizio dell'evoluzione, che unendosi per generare qualcosa di più complesso, potevano procurarsi cibo più facilmente e vivere abbastanza per “proiettare” il proprio codice nelle generazioni future. Hanno trovato nella replicazione esatta del proprio codice una sorta di immortalità.
Noi esseri umani siamo però un po' troppo complessi anche per loro, e forse ora, con la manipolazione genetica, le cose cominceranno a cambiare…
“2001 Odissea nello spazio” di Kubrik è un capolavoro che ci affascina ogni volta che lo vediamo, per come affronta il complesso rapporto fra uomo e macchina intelligente. Se vogliamo, il viaggio verso Europa (il satellite di Giove verso cui è diretta la nave spaziale) è solo metaforico, il vero viaggio è tutto all'interno degli stati mentali del protagonista.
Qual è la funzione dei suoni nelle vostre istallazioni?
Nelle installazioni ambientali il suono è un elemento fondamentale, perché permette di “espandere” il lavoro a tutto l'ambiente. Crea, insieme alla componente visiva, un'aura non direttamente percepibile dai sensi che, se ben strutturata, può rivelarsi una componente magica in grado di dare molta profondità all'opera.
Per i nostri video abbiamo spesso collaborato con musicisti, cominciammo nel 1998 con i 24Grana, a seguire abbiamo realizzato dei lavori ad otto e più mani con i Tu m', i Mou, lips! e ultimamente stiamo progettando una performance audiovisiva per il RomaEuropa festival 2003 con Mass, un sound designer le cui musiche sono diventate una sorta di colonna sonora di quest'ultimo periodo della nostra esistenza.
Avete nel cassetto qualche progetto per il futuro?
Nel 2004 dovremmo finalmente riuscire a vedere installato il nostro lavoro sulla vita artificiale nella stazione De Ferrari della metropolitana di Genova.
Una simulazione di vita artificiale progettata per andare avanti all'infinito, di cui gli utenti abituali della stazione potranno vederne l'evoluzione giorno dopo giorno, come uno specchio della propria evoluzione personale.
Abbiamo poi ideato due installazioni sull'interazione di entità artificiali intelligenti che comunicano fra loro verbalmente, sono dei lavori veramente complessi e ci vorrà molto tempo e diverse collaborazioni per portarli a termine.
Luglio 2003
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Margherita Remotti, intervista a Bianco-Valente |
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Come è nata la coppia Bianco-Valente?
Ci siamo conosciuti e innamorati una dell'altro nel 1994, siamo da subito andati a vivere insieme in una bellissima casa/studio nel cuore dei Quartieri Spagnoli, qui a Napoli.
Abbiamo scoperto tardi la vera passione della nostra vita, infatti non veniamo dall'istituto d'arte o dall'accademia. Siamo una laureata in Storia del Cinema e l'altro ha abbandonato gli studi da Geologo. Nel 1995 abbiamo cominciato tutto da zero.
Come si svolge il lavoro di creazione di un'opera in coppia?
Parlando innanzitutto, raccontandoci i sogni e le visioni al mattino o i desideri, le paure.
Andando in giro nel tardo pomeriggio per rinfrescare la mente beccandosi poi solo smog e confusione.
La notte in cui abbiamo iniziato a vivere insieme è cominciato un discorso che in pratica non si è mai fermato, è il motore che muove tutte le dinamiche di cui siamo il centro. Arte e non Arte.
Litigate mai?
Certo, che domande.
Cosa pensate di avere più o in meno rispetto agli artisti che lavorano da soli?
Non invidiamo molto agli artisti che lavorano da soli, la cosa che sicuramente si perdono è che mentre si lavora (anche sodo a volte) si possono aprire simpatici fuoriprogramma... certo, il lavoro ne viene rallentato, ma sono tutte parentesi piacevolissime.
Nel vostro caso, di una coppia di artisti formata da un uomo e una donna, succede spesso che si dia per scontato che la coppia sia tale anche nella vita privata?
Pensiamo sia inevitabile che la vicinanza prolungata trasli il rapporto di lavoro in qualcosa di affettivo o sessuale, capita persino ai manager con le segretarie, figuriamoci noi che non portiamo neanche la cravatta o il tailleur.
E' così?
Si
E come si relaziona l'essere una coppia nella vita con il sodalizio sul lavoro?
Essere artista non ha orario, né giorni festivi, lo sai, e questo vale anche per le relazioni affettive praticate con passione.
Alla fine praticamente indossi contemporaneamente tutte e due le casacche e vivi la tua giornata, ogni distinzione ulteriore diventerebbe superflua.
La cosa che più avverti e ti da fastidio è che a volte, lo stress intenso provocato dal lavoro tende ad agitare le acque fra noi due, adesso però ci siamo abituati e sappiamo come scaricare queste tensioni negative.
Avete mai pensato a cosa potrebbe succedere se un giorno decideste di non formare più una coppia nella vita?
Sì, a volte ci capita di immaginare la fine della nostra storia, e ogni volta con scene e un finale diverso. Le variabili in gioco sono però talmente tante, che non è possibile prevedere da qui cosa possa succedere nella realtà.
Avete mai pensato di iniziare a lavorare separatamente?
No, in questo momento non avrebbe senso, ma il futuro che ci circonda è molto vasto e pieno di possibilità.
gennaio 2003
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Simona Cresci, intervista a Bianco-Valente |
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Potete parlare della vostra ultima mostra a Napoli?
Unità minima di senso è un sottile nastro di carta velina lungo un chilometro dove per mesi abbiamo descritto i ricordi delle nostre esperienze più significative.
Pensieri sparsi, unità minime di un disegno attorno al quale si è costruita la nostra esistenza.
Abbiamo cercato di tirare fuori le labili tracce impresse nella mente per affidarle, tramite la scrittura, a questo fragilissimo nastro di carta che le traghetterà nel futuro.
La ricerca che sta alla base della mostra è legata all'intelligenza artificiale e alla necessità di fornire una cognizione, seppur approssimativa, del mondo alle macchine intelligenti che stanno per venire alla luce.
Un surrogato di esperienze e di ricordi che le ponga subito in grado di interagire sensatamente con noi esseri umani e con la realtà che le circonda.
E' già da qualche tempo, ormai, che Napoli ha la sua centralità nel mondo dell'arte contemporanea grazie anche alla presenza di storiche e giovani gallerie e all'apertura di importanti spazi espositivi. Come reagisce il pubblico di Napoli nei confronti dell'arte contemporanea? Lo chiedo a voi perché avete eletto il capoluogo partenopeo come città in cui vivere e lavorare.
Reagisce bene, perché quando c'è una inaugurazione c'è sempre gente, curiosità e interesse, e questo ben al di là della cerchia ristretta degli appassionati d'arte. Il susseguirsi di inaugurazioni in spazi pubblici, come le stazioni della Metropolitana o Piazza Plebiscito, sta sempre di più spingendo la gente comune a confrontarsi con i nuovi linguaggi estetici.
Oggi, si sa, viviamo in una società in cui la tecnologia è sempre di più inserita nelle contemporanee ricerche estetiche, malgrado ciò il video ancora non gode della dovuta ricettività.
Tale conseguenza quali effetti sta producendo sul nuovo modo di fare e percepire l'arte?
Il video è faticoso da vedere, perché ha bisogno di tempo, di concentrazione.
Restare fermi davanti ad una proiezione, che non ha il ritmo e le dinamiche della tv o del cinema, è una esperienza che ormai esaspera la gente.
Un esempio emblematico è la scorsa edizione della Biennale di Venezia, dove Szeeman ha messo in piedi la "fiera del video", tanti orribili divisori bianchi e via, un girone dantesco dove la gente arrancava senza più memoria, buttava un'occhiata veloce in uno "stand" e con sempre maggiore stanchezza passava a quello successivo, occhi sbarrati, senza speranza.
Perché avete scelto il video come mezzo espressivo da utilizzare come base per i vostri lavori?
Abbiamo trovato delle similitudini molto forti fra l'immagine elettronica e l'immagine mentale, sono entrambe non molto risolute e tendenzialmente volatili, entrambe frutto di un codice.
Avevamo bisogno di un mezzo che fosse versatile per poter proporre la nostra visione dell'esistente: ciò che vediamo fuori, ma anche ciò che sentiamo dentro, e la telecamera è lo strumento che ci permette di fare questo con più naturalezza.
Qual è il punto di partenza per la vostra ricerca estetica?
La nostra ricerca tende a porre in evidenza le relazioni intercorrenti fra ciò che percepiamo come naturale o artificiale e a mettere in rilievo l'interdipendenza che lega la fisicità del corpo all'incorporeità della mente.
Come utilizzate il video?
Come per tutti gli altri dispositivi tecnologici che impieghiamo nel nostro lavoro, la telecamera resta un mezzo per perseguire gli scopi del progetto a cui stiamo lavorando al momento.
Facciamo un uso massivo di tecnologia, ma la nostra sfida è quella di tenere sempre in primo piano l'uomo, temporaneo e fallibile.
Sono cambiati i luoghi, le forme, i mezzi che contribuiscono alla realizzazione di un'opera, ma l'artista rimane sempre l'interprete sensibile del vivere quotidiano.
Quali aspetti della realtà che ci circonda, vi interessa rappresentare nelle vostre opere?
Le relazioni che intercorrono fra la realtà esterna che ci sfiora e ci stimola in ogni momento e l'immaginario mentale, malamente fissato nelle pieghe della corteccia cerebrale, sono un fenomeno sul quale lavoriamo da anni e che ancora non ci ha mostrato i suoi limiti. Se poi aggiungiamo che stiamo per assistere alla creazione delle prime macchine "intelligenti", in grado di percepire il mondo esterno e di interagire con esso, i paradossi e gli spunti su cui lavorare aumentano in maniera esponenziale.
Davanti alle vostre opere si ha la sensazione che lo sguardo dello spettatore deve andare oltre la pura visione del soggetto rappresentato per la consapevolezza che comunicate qualcosa che va al di là della semplice visione. Dove si deve inserire lo sguardo dello spettatore?
Ogni nostro lavoro ha un doppio piano di lettura, visivo e concettuale.
Ci si può fermare ad una pura esperienza estetica, oppure andare in profondità per leggere ciò che sta dietro all'apparenza visibile, che è la ricerca che portiamo avanti da diversi anni.
Ad ogni modo, ci piace pensare ai nostri lavori come delle semplici strutture dove ognuno possa stendere liberamente la propria immaginazione.
Le vostre immagini si ricollegano a situazioni o ricordi precisi della vostra esperienza?Non sempre, anche se lo spunto iniziale può essere un evento reale, e anche se le figure umane ritratte nel nostro immaginario siamo noi stessi, tendiamo generalmente a semplificare il discorso e a lavorare per simboli universali.- Qual è il vostro atteggiamento nei confronti della globalizzazione?
Dal punto di vista delle opportunità comunicative la globalizzazione è una gran bella cosa, persone da tutto il mondo in maniera economica e veloce possono collegarsi al nostro sito per vedere di volta in volta gli ultimi quadri, scaricare i video o leggere ciò che scriviamo. Non esiste più l'odioso filtro delle riviste di settore, lente e umorali come i propri direttori. Non è più necessario aspettare due mesi per avere una ridicola recensione, malamente sforbiciata nel senso (per risparmiare carta) e impreziosita con l'immancabile e tristissima fotina in bianco e nero.
Ben altro discorso è quello dello sfruttamento della manodopera a basso costo o delle risorse naturali nei paesi sottosviluppati da parte delle multinazionali.
Quali saranno i vostri progetti futuri?
Stiamo lavorando, insieme ad alcuni ricercatori, allo sviluppo di due progetti sull'intelligenza artificiale: usiamo computer "intelligenti" che vengono ideati per interagire con l'uomo, coinvolgendoli in situazioni paradossali che li spingono ad interagire verbalmente fra loro. I risultati sono impressionanti! Un'altra delle cose che ci vede impegnati in questo periodo è la formalizzazione del progetto che l'Ansaldo Trasporti Sistemi Ferroviari ci ha commissionato per una stazione della Metropolitana di Genova che si inaugurerà nel 2004.
E'un lavoro molto ambizioso, che consiste nello sviluppo di un software di vita artificiale. Sarà un'opera che avrà una lenta ma continua evoluzione casuale che potrà in teoria durare all'infinito, e che ricalcherà le stesse dinamiche che i primi esseri unicellulari sulla terra hanno dovuto instaurare per poter generare il mondo così come lo vediamo ora.
gennaio 2003
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Teresa De Feo, intervista a Bianco-Valente |
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Bianco Valente: tra macchine intelligenti, paradossi, scenari futuribili e il mistero di quella fucina di crittografie ancora insolute chiamate cervello con le sue immagini svaporate poggiate su strutture di una logica in eludibile. Arte elettronica? No.
Limitante. I due artisti sono interessati a quella linea di confine che separa il vivente dalla sua riproposizione artificiale, alla vita nelle sue articolate relazioni, quelle che ormai da tempo suscitano l’interesse di tutta la comunità scientifica, parliamo di dinamiche complesse, logiche vitali su cui anche l’arte sembra interrogarsi.
Video ed immagini digitali che compongono diluite composizioni di una percezione del mondo che si sta facendo attraverso complessi processi biochimici, veloci correnti e guizzi sinaptici (Mind Landscape, Untitled).
Due macchine di Turing che dialogano vicendevolmente, un ping pong di limiti e possibilità delle intelligenze artificiali: un gioco perverso (Killing Time).
Essere unicellulari, in lotta per la sopravvivenza, si evolvono nuotando tra bit e codici informatici (Alife). Miliardi di cellule strutturate ed organizzate, percezione corticale, immagini allucinate, droghe chimiche (JSR). Una cartografia celebrale come una mappa stellare (Relational Domain).Alcuni “frame” della ricerca dei due artisti napoletani.
Approfondiamo. Bianco-Valente. Li abbiamo intervistati.
Cominciamo dall’ultima installazione Relational Domain presentata alla galleria V.M.21 di Roma.
Come molti vostri lavori si gioca sulla rappresentazione di processi cerebrali invisibili che sottostanno a quel lavoro di mediazione che ci permette di relazionarci con il mondo, di figurarlo. Lavoro di figurazione che sembra non poter essere scisso dal nostro bagaglio immaginativo fatto di ricordi, passate esperienza, rielaborazione e montaggio inconscio, che pare sempre interferire con la possibilità di una oggettiva rappresentazione della realtà, evidentemente impossibile.
Con questa installazione mi sembra che questa attenzione ai processi cerebrali, legami sinaptici, meccanismi biochimici, legati alle dinamiche percettive, al ricordo, che ha sempre caratterizzato il vostro lavoro, si stacchi dal risultato finale, un’immagine mentale, ma voglia invece tradurre in immagine lo stesso funzionamento cerebrale: i suoi percorsi, le sue mappe processuali.
E’ una sorta di ribaltamento? Evidenziare il processo anziché il risultato finale?
Nel corso degli anni, l’orizzonte di riferimento della ricerca che portiamo avanti si è ampliato, se prima l’attenzione era ossessivamente focalizzata sui processi cerebrali e sul tentativo di rappresentare immagini mentali, adesso sono entrati in gioco molti altri fattori a stimolare il nostro lavoro: i paradossi e lo stupore che di qui a breve verranno suscitati dalle prime timide interazioni fra entità intelligenti artificiali e esseri umani per esempio, ma anche il fatto che la scienza, a tutt’oggi, è di fatto incapace di descrivere o predire le dinamiche presenti in natura in maniera plausibile.
Il metodo attuato è quello di scomporre un problema grande e complesso in tanti problemi piccoli e meglio gestibili, nella speranza di poter poi riunire i pezzi del puzzle per avere la soluzione del tutto. Ma le cose non stanno propriamente così, e Relational Domain, oltre che a rappresentare una sorta di lenta navigazione attraverso una mappa mentale tridimensionale, guarda caso rappresenta anche le dinamiche naturali complesse, dove ogni elemento è legato a tutti gli altri mediante una fittissima rete connettiva, e dove il più piccolo cambiamento provoca, grazie ad un meccanismo di causa/effetto, un cambiamento più o meno importante di tutta la struttura. L’esistente è in continuo mutamento e quindi la sua rappresentazione non può che essere dinamica. Questo può essere vero per la rappresentazione della realtà che manteniamo viva nel cervello e che ci aiuta ad interagire con essa, ma va bene anche per rappresentare un modello plausibile delle dinamiche naturali.
Giocare sul rapporto visibile/invisibile (penso a Jsr) ed in particolare sulla possibilità di evidenziare in immagini processi, come i meccanismi di funzionamento organico in altro modo celati. L’arte è questo? Permettere la visibilità dell’invisibile?L’artista deve svelare?
Un’opera d’arte deve essenzialmente suscitare emozioni, altrimenti rischia di diventare un freddo gioco intellettuale fine a se stesso. Per comunicare opinioni esistono i saggi, per le storie esiste la fiction, l’arte è essenzialmente uno scambio emotivo e quella di buona qualità deve avere la peculiarità di essere quanto più universale possibile, permettendo questo scambio anche fra menti che non hanno molto in comune fra loro. Se hai bisogno di studiare per emozionarti, sei probabilmente di fronte ad un gioco esasperato o perverso.
Suona strana questa cosa detta da noi, ma il nostro sforzo costante è quello di mantenere sempre presente questo primo livello di lettura in ogni opera.
In alcune interviste avete spesso sottolineato di utilizzare la tecnologia solo in modo strumentale, di non esserne sedotti. Ma mi chiedo, quanto la tecnologia ha influenzato la vostra ricerca , dal momento che spesso nel vostro lavoro emergono interrogazioni su limiti e possibilità dello strumento tecnologico,penso a lavori come Killing Time e Breathless. In sintesi, quanto lo strumento tecnologico orienta la ricerca di artisti che non amano definirsi artisti digitali?
Se per “Breathless” il discorso era effettivamente incentrato sulla macchina intesa in senso fisico e sulla sua capacità di produrre al momento una voce verosimile, per “Killing Time” invece è incentrato sulla presunta intelligenza delle due macchine coinvolte nell’opera.
Per quanto ci riguarda, queste macchine potrebbero anche essere fabbricate con rotoli di carta igienica, in quanto la teoria del lavoro non cambierebbe di una virgola. La realtà delle cose è che più della macchina in sé, ci affascinano le sue potenzialità non ancora espresse.
Con l’uso di software adeguati, anche i computer che oggi stampano le ricevute fiscali negli studi medici potrebbero turbarci con i loro atteggiamenti pseudo intelligenti e innescare paradossi senza risposta. È questo il vero fascino delle macchine quiescenti ed inoperose.
Sempre in riferimento agli strumenti ed al linguaggio digitale avete spesso dichiarato di amare il video, ed in particolare il video digitale, in quanto avete trovato similitudini molto forti fra immagine elettronica ed immagine mentale (vostro centro di interesse), entrambe non molto risolute e tendenzialmente volatili, entrambe frutto di un codice. Allo stesso modo avete dichiarato di essere interessati in modo peculiare ai “meccanismi soffici”, a tutto ciò che è “software”, dai processi della macchina al contenuto della nostra mente. Tutto questo sembra far intravedere una sorta di insofferenza all’hardware, al supporto, al corpo o alla materia come limite. La materia, il corpo, l’hardware, per Bianco-Valente è davvero un limite, qualcosa di limitante?Andiamo verso la smaterializzazione?
E se è così è un processo che trovate auspicabile?
Il corpo è una gran bella cosa, tutto il gusto di vivere vi è essenzialmente legato. Cose come il sesso ed il cibo, ad esempio, non avrebbero grande appeal per entità completamente smaterializzate, però il corpo nasconde un’insidia: come tutti gli equilibri instabili è destinato a cessare, portandosi via tutte le emozioni vissute ed immaginate, i sogni e le intuizioni. In questo senso, poter sganciare la mente dal corpo non sarebbe male, ma è un discorso controverso e probabilmente i tempi non sono ancora maturi.
In realtà nel vostro lavoro Unità minima di senso, intravedendo il prossimo ingresso di macchine intelligenti, avete per così dire fatto il “back up” della vostra memoria, trascrivendo esperienze, ricordi, immagini su una sottile carta velina lunga 3,5 Km! (a tutt’oggi) ai fini di fornire materiale cognitivo a queste futuribili creature artificiali. Dare in eredità la propria memoria ad una macchina, una strada verso l’immortalità?
Credete possibile un giorno affidare ad una macchina il nostro “bagaglio soffice” per continuare ad esistere “come entità coscienti immateriali”? E se si, auspicabile?
Il problema delle entità intelligenti artificiali, che saranno attivate di qui a breve, è proprio quello di avere la cognizione (anche se per grandi linee) del mondo nel quale saranno chiamate ad interagire. Ci vorrebbero anni per permettere ad ognuna di queste macchine di sviluppare le proprie esperienze in maniera diretta, e quindi abbiamo pensato che descrivere su un nastro di carta le esperienze principali che hanno segnato la nostra crescita personale sarebbe stato sicuramente d’aiuto in questo senso, costituendo almeno un buon punto di partenza.
Ovviamente, anche questo lavoro è un paradosso, una provocazione. Il tipo di carta che abbiamo scelto è talmente fragile che non c’è certezza che possa sopravviverci, ma comunque sia, vedere i 3 chilometri e mezzo di nostre riflessioni, ricordi ed esperienze ammassate sul pavimento, è veramente impressionante e dà subito l’idea di trovarsi di fronte alla complessa rete di informazioni caoticamente ammassate nel cervello.
Il vostro interesse oltre ad indirizzarsi verso meccanismi di funzionamento cerebrale legati alla percezione ed il ricordo, sintetizzando al problema insoluto della “coscienza”, e di conseguenza alle ricerche aperte in questa direzione dall’intelligenza artificiale, si rivolge anche alle dinamiche complesse dei nuovi studi sulla vita artificiale. Parliamo, ovviamente in entrambi i casi, di sistemi complessi, con le loro caratteristiche di riconoscibilità nei termini di adattività, auto organizzazione, emergenza. Non possiamo allora non far riferimento al Santa Fe Institute del New Mexico. Per il progetto Alife avete parlato di una collaborazione con alcuni ricercatori di questa fucina di grandi cervelli ed idee. Vi va di parlarne?
Abbiamo per la prima volta letto di questo istituto nel libro “Complessità” (Complexity), di M. Waldrop, che ne tracciava la storia a partire dalla sua fondazione, e dedicava ampie pagine alle biografie dei principali personaggi che ne animano le attività.
Fra le altre cose, ci hanno subito colpito le ricerche sui simulatori software, in grado di predire le emergenze evolutive in un ambiente naturale, simile a quello che era possibile trovare sulla terra all’epoca delle prime forme di vita che la abitavano.
Le prime versioni di questi simulatori erano molto scarne dal punto di vista grafico, essendo progettate essenzialmente per fornire dati numerici relativi alle tendenze emergenti.
Qualche tempo dopo, abbiamo avuto una commissione per la realizzazione di un’installazione permanente in una stazione della metropolitana, e abbiamo subito immaginato l’uso di uno di questi simulatori, modificato nella grafica, per rendere le dinamiche evolutive non in termini numerici, ma in immagini, come se ci si trovasse veramente ad osservare l’ambiente simulato. Abbiamo contattato alcuni giovani ricercatori dell’istituto, i quali ci hanno risposto entusiasti della cosa e pronti ad attivare questa collaborazione.
Parliamo di Alife, allora. Progetto commissionato dall'Ansaldo Trasporti Sistemi Ferroviari per la stazione De Ferrari della Metropolitana di Genova. Si tratta di una simulazione di vita artificiale (Artificial LIFE) proiettata in tempo reale negli spazi della stazione e che andrà avanti all’infinito. I semplici esseri “unicellulari” iniziali, negli anni, andranno a riprodursi ed evolveranno in diverse strutture aggregate via via sempre più complesse, in una lenta ma continua evoluzione casuale.
Il vostro interesse e intervento, come avete dichiarato, riguarderà il modo in cui verrà rappresentato lo scenario evolutivo nel quale interagiranno questi piccoli esseri viventi e la possibilità da parte dei frequentatori della stazione di seguire questa crescita e farne indicatore di una propria personale evoluzione.
Un angolo di vita che brulica alle spalle di uno spazio pubblico di operosa attività distratta. Impazzire, dominare, liberarsi dal supporto, sviluppare coscienza.
Credete nella possibilità futura di macchine o entità artificiale evolute a tal punto da generare una “coscienza”?
Eccoci finalmente al punto! Visto che i ricercatori che studiano il cervello non sono ancora d’accordo sull’origine organica di concetti astratti, come coscienza, ricordo, desiderio, come potremo mai capire se una macchina ritenuta intelligente per le sue attitudini vedrà emergere “dentro di se” autonomamente queste peculiarità umane?
Rimanendo sempre sulla nuova epistemologia della complessità e rispetto al clima di dialogo e collaborazione interdisciplinare da essa generato, credete possibile che l’artista possa entrare a pieno titolo in questo dibattito e dare, di più, un contributo rilevante all’interno di questa sfaccettata ricerca? Se si, in che modo?
Siamo ben contenti di non aver alcun obbligo nel dover dimostrare scientificamente le nostre teorie e che i lavori che realizziamo possono fermarsi al livello della provocazione o del paradosso.
D’altro canto, molti fra gli scienziati che perseguono questo tipo di ricerche devono avere la sensibilità e la capacità di rimettersi in gioco ad ogni nuovo passo, che è tipica degli artisti. Possiamo quindi considerarli artisti essi stessi, anche se si esprimono con linguaggi differenti ed in un mondo parallelo (ma non alternativo) a quello delle arti visive.
Per concludere, avete citato tra i vostri riferimenti il bellissimo saggio di Richard Dawkins, “Il gene egoista” secondo cui i geni avrebbero trovato nella replicazione del proprio codice una sorta di immortalità e, quindi, l’evoluzione sempre più complessa di organismi viventi sarebbe un modo attraverso il quale essi garantivano la loro sopravvivenza. In un intervista, a questo proposito, avete accennato ad una inversione di tendenza attraverso le dinamiche di manipolazione genetica. In che senso?
Le conclusioni a cui arriva Dawkins nel suo libro sono che, per milioni di anni, i geni hanno utilizzato tutto lo spettro delle forme viventi presenti sulla terra, per perseguire il loro scopo: duplicare il proprio codice, generazione dopo generazione, verso l’immortalità.
Con il passare del tempo, la complessità degli esseri viventi (portatori delle informazioni genetiche da duplicare) è via via aumentata, fino a giungere, in una delle sue molteplici sfaccettature, all’uomo, il quale, grazie al suo cervello e agli strumenti che è stato in grado di affiancarvi, riesce ora a comprendere e manipolare le dinamiche evolutive legate al codice genetico.
E’ come se ai geni, in un continuo gioco al rialzo, fosse sfuggita la cosa di mano. Adesso sarà l’uomo a gestire i geni e non più il contrario. Con tutte le implicazioni positive e negative che la cosa comporta.
Apocalittici o integrati rispetto alle nuove frontiere dell’ingegneria genetica, argomento reso ancora più di attualità dalle controversie generate dall’ultimo referendum?
Come si pongono Bianco e Valente davanti a questi problemi di grande responsabilità etica?
La nostra fortuna è che al mondo esistono nazioni totalmente indipendenti dai condizionamenti dogmatici legati ai vari credo religiosi. Sarà probabilmente in Cina oppure a Singapore che verranno fuori tutti gli aspetti positivi legati a questo tipo di ricerche. Il tempo ci ha dimostrato che non sarà certo un medicinale a base chimica a poter fermare il cancro. Per questo tipo di malattie, come per molte altre che ancora ci assediano, l’unica risposta valida è la genetica.
settembre 2005 - tratta da digicult.it
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Valentina Tanni, intervista a Bianco-Valente |
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Quello che mi colpisce della vostra ricerca è la continua commistione tra arte e scienza, tra una sensibilità estetica potente e raffinata e un'attitudine quasi sperimentale, da laboratorio. Pensate che quella che chiamano "terza cultura" (frutto appunto dell'unione di cultura artistica e scientifica) sia una realtà della nostra contemporaneità o solo una teorizzazione?
L'indagine sulle dinamiche complesse attive nel nostro cervello ci ha subito portato a sperimentare modi alternativi di utilizzare i computers e tutti gli altri dispositivi elettronici che la tecnologia attuale ci mette a disposizione.
La cosa curiosa è che, proprio come accade nel nostro cervello, noi lavoriamo e sperimentiamo essenzialmente sul software che ci permette di gestire queste macchine, che senza di esso sarebbero non molto più di un agglomerato di pezzi di metallo, plastica e silicio.
Ci troviamo quindi in un circolo virtuoso in cui, per studiare le relazioni fra il corpo e la mente umana, ci insinuiamo nelle relazioni che intercorrono fra l'hardware e il software di un computer.
E' chiaro che, dal nostro punto di vista, sembra che l'unico modo per affrontare i rigori del futuro tecnologizzato verso il quale l'umanità sta tendendo, sia proprio quello di non perdere la propria umanità al cospetto delle macchine e di imparare a gestirle senza lasciarsi gestire da esse.
Molti studiosi, da Mcluhan in poi, hanno attribuito all'artista il ruolo di "sismografo" delle mutazioni socioculturali in corso. Condividete questa visione dell'arte come forza riflessiva e anticipatrice dei cambiamenti del mondo e della società?
Nell'antichità e fino a diversi decenni fa questo è stato sicuramente vero, ma adesso, il feedback fra la realtà tangibile e la realtà catodica, che ci viene spalmata quotidianamente sulla retina dai media, è troppo veloce ed è quindi onestamente difficile capire quale sia la vera fonte ispiratrice dei mutamenti delle tendenze in atto nelle dinamiche socioculturali.
E' sicuramente vero che l'artista visivo, lo stilista, il musicista, influenzi la visione che i media danno della realtà, ma è altrettanto vero che allo stesso tempo la televisione e internet influenzano più o meno profondamente il modo in cui gli artisti vedono il mondo.
E questo è un loop di difficile interpretazione.
Ultimamente, anche nell'arte, la tecnologia sta diventando sempre più "trasparente"; nelle vostre installazioni invece i computer sono sempre "spogli", e mostrano senza pudore l'hardware e il suo funzionamento. Da cosa deriva questa scelta?
Nel caso di Breathless, un computer che legge in tempo reale e con la propria voce sintetica alcune nostre poesie che gli abbiamo inserito in memoria, era importante che le persone percepissero che quella voce inquietante, così calda e profonda, veniva generata nello stesso momento in cui essi la ascoltavano da quelle schede che vedevano assemblate sul pavimento, mediante i processi logici che vi avvenivano all'interno.
Allo stesso modo in Volatile, sempre per evidenziare il paradosso di strutture artificiali che generano fenomeni che noi percepiamo come naturali, il computer, sempre assemblato direttamente sul pavimento, genera uno stormo di uccelli che volteggia libero sul soffitto mediante una videoproiezione.
I 30 punti luminosi, che stanno a simulare gli uccelli, sono liberi di muoversi in uno spazio virtuale tridimensionale, anche se soggetti a seguire solo 3 semplici leggi che osservano in natura determinate specie di uccelli mentre volano in stormo.
E così, appena un secondo dopo aver avviato la macchina, i 30 punti distribuiti casualmente sullo schermo cominciano a volteggiare, generando degli schemi che noi percepiamo immediatamente come naturali, anche se sono solo il singolare prodotto di oscuri calcoli numerici.
Questi ultimi dieci anni sono stati determinanti per lo sviluppo della giovane arte italiana. Anni di forte fermento, di nuove proposte e ricerche e soprattutto una rinnovata attenzione da parte della critica e delle istituzioni. In questo nuovo scenario, anche il ruolo dell'artista sembra essere mutato, conquistando via via un'autonomia ed una consapevolezza sempre maggiori. In questo momento,secondo voi, cosa si chiede ad un artista per emergere, per imporsi?
Da ciò che si vede in giro, è sicuramente importante la capacità che una persona ha di sapersi relazionare e collocare in una dinamica relativamente complessa, dove diverse figure come gli altri artisti, i galleristi, i collezionisti, i critici/curatori e gli editori, possono aiutare in maniera determinante l'artista stesso a veicolare nel modo giusto il proprio lavoro.
Paradossalmente, in alcuni casi, il requisito di un lavoro innovativo e/o di qualità, se vengono soddisfatte appieno le altre condizioni citate prima, può anche diventare una dote accessoria, non essenziale.
A cosa state lavorando attualmente e quali sono i vostri impegni per il prossimo futuro?
Abbiamo di recente inaugurato Slow Brain Nella Galleria Antonella Nicola di Torino.
Tutti i lavori in mostra si incentravano sulla capacità che determinate sostanze chimiche hanno di alterare la percezione che noi abbiamo della realtà esterna, o il modo in cui essa viene miscelata ai nostri ricordi e alle nostre immagini mentali, e quindi sulle relazioni che intercorrono tra naturale e artificiale.
Chi volesse approfondire il discorso può visitare il sito della mostra: www.bianco-valente.com/slowbrain.
Al momento siamo invece impegnati in un progetto molto ambizioso che consiste nello sviluppo di un software per la vita artificiale, che ci permetterà di presentare una serie di installazioni in spazi pubblici, con lavori che avranno una lenta ma continua evoluzione casuale che potrà in teoria durare all'infinito, e che ricalcherà le stesse dinamiche che i primi esseri unicellulari sulla terra hanno dovuto instaurare per poter generare il mondo così come lo vediamo ora.
venerdì 1 marzo 2002 |
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Claudia Marfella, intervista a Bianco-Valente |
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Nei vostri ultimi progetti avete spesso collaborato con musicisti come Mass. Quando è nata l'esigenza di lavorare con dei musicisti?
Non si tratta di mera esigenza, creare nuovi lavori collaborando con persone che senti vicine, e con le quali si stabilisce velocemente un’intesa, è un’esperienza che ti arricchisce molto dal punto di vista umano: è bello come mangiare insieme condividendo il cibo, ma la cosa viene vissuta ad un livello più profondo.
Credo che in questo tipo di collaborazione sia molto importante il confronto. Da un punto di vista esecutivo, in che modo decidete quale suono e quali immagini utilizzare?
Non esiste una metodologia di lavoro predefinita, capita che noi mostriamo alcune scene a Mario oppure che lui ci faccia ascoltare dei suoni, e già questo può essere lo spunto per nuove idee. A volte lavoriamo insieme spalla a spalla per ore e ore, altre volte ci vengono commissionati dei lavori con un concept che diventa una sorta di limite da insidiare.
Il nostro minimo comun denominatore è la spontaneità delle intenzioni con la quale ci poniamo di fronte al processo creativo: siamo tutti e tre molto interessati all'aspetto emozionale del lavoro ed è fondamentale per noi riuscire a suscitare delle sensazioni attraverso le immagini ed i suoni.
Siete stati selezionati per la Biennale di Musica contemporanea di Venezia e so che avete pensato ad un lavoro inedito. Che progetto presenterete?
Il concept del nuovo progetto audio video a cui stiamo lavorando con Mass è legato al viaggio. Ovviamente, nel senso più ampio del termine.
Ci accomuna la passione per i viaggi e abbiamo deciso di tentare di cristallizzare, in questo nuovo lavoro, gli spunti e le riflessioni che ci hanno accompagnato nei giorni vissuti lontano dalla nostra vita abituale.
Spesso i vostri lavori sono legati a una componente emotiva. Penso in particolare a “Unità Minima di Senso”, il chilometro di nastro sul quale avete raccontat
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