Gigiotto Del Vecchio
Bianco-Valente, Tra Newton e Cartesio, 2007
 

La relazione tra mente e cervello, o se si preferisce tra mente e corpo, è salita alla ribalta all’inizio della rivoluzione scientifica, trovando in Cartesio il suo più lucido interprete.
Il mondo poteva essere descritto in termini meccanicistici, come interazione di corpi e movimento. Ma a questa visione sfuggiva un elemento sostanziale: la creatività umana, e in particolare la creatività del linguaggio. A differenza delle macchine e degli animali, gli esseri umani possono essere soltanto invitati, incitati a compiere una determinata azione, ma non possono, in senso letterale, esservi costretti.

A questo punto l’unica soluzione ragionevole era ammettere che esistono due tipi diversi di realtà: la “ragione estesa”, cioè il mondo, e la “ragione pensante”, ossia la mente (Chomsky).
Ebbene, la teoria di Cartesio, come molte altre teorie scientifiche, si è rivelata falsa. In particolare Newton ha mostrato, non senza rammarico da parte sua, che l’universo non può essere concepito come un dispositivo totalmente meccanico. Per citare le parole di uno storico della scienza, Alexandre Koirè, Newton ha mostrato che una verità puramente meccanicistica è impossibile, e che è necessario introdurre all’interno delle scienze naturali fatti non spiegabili.

Questa conclusione è apparsa una assurdità allo stesso Newton, che ha speso la maggior parte della sua vita per trovare una via d’uscita.
E una via d’uscita la rappresenta in qualche modo la riflessione che parte provando ad allontanarsi dalla rigidità “matematica” fatta di numeri e di schemi stabiliti, ma che si addentra nella commistione tra attività poetica e creativa; a questo punto in possibile armonia con il determinismo dei presupposti scientifici. Il fatto che Pino Valente abbia studiato Geologia e che Giovanna Bianco si sia laureata in lingue (con una tesi sulla storia del cinema) fa di loro due “intrusi” all’interno di un ambito che, seppur proprio a tanto fare dell’arte, rimane stretto elemento di studio prettamente scientifico.

Da sempre, sin dai primissimi esperimenti video, Rem del 1995, Welcome X del 1998, il ricordo, le sensazioni, la memoria personale, suscitano la volontà di essere indagate prima ancora che comprese nelle loro sfumature, attraverso il mirino della telecamera, ma anche attraverso oggetti scultorei, macchine aperte dai loro cases, spogliate della loro riconoscibilità, intimidite nel loro essere macchina, fatte funzionare cercando l’eventualità di poterle guardare dentro ( Breathless, 2000; Machine is Dreaming, 2001), in azione, nella comunque impossibilità di coglierne realmente il gesto/pensiero.
Queste alcune delle dinamiche che sembrano interessare Giovanna Bianco e Pino Valente, l’antitesi tra movimento fisico e movimento mentale. Rendere visibile quest’ultimo parrebbe possibile, lo diventa attraverso la traduzione iconografica che gli artisti pongono in essere. La coppia di artisti sembra porsi tra Newton e Cartesio, in posizione intermedia tra due convinzioni, teorici di una tecnologia umanista, dell’inevitabile rapporto di stimolazione reciproca tra mente e corpo, tra materialità ed immaterialità.

Il processo neuronale, la sua attivazione produce immagini, pensieri, sensazioni, che solo apparentemente attraverso la tecnologia vengono evocate. Apparentemente perché l’uso della macchina e del computer non è altro che uno strumento atto al proseguire, ad aiutare la ricerca. Uno strumento che da solo, senza la mano dell’uomo non può nulla.
La volontà è di non perdere il contatto umano con il pensiero e con l’azione. Le immagini di Bianco-Valente sono sfocate dal principio, sin dalla ripresa, il ricordo lo si raffigura così, non c’è manipolazione meccanica se non ad un livello minimo, di contrasto ed esasperazione cromatica. Perché l’uomo non può essere conquistato definitivamente dalla macchina; postorganico è “la fuga da vivi dal proprio corpo, prima che il lento e progressivo disfacimento cui è sottoposto, ponga termine all’ attività cerebrale e quindi alla nostra reale esistenza. La somma di tutte le esperienze vissute, il nostro bagaglio soffice, è un’unica intricatissima traccia che si snoda nei miliardi di connessioni sinaptiche neuronali”.

Ridotto il corpo a organismo, per tutte le risposte che l’organismo non sa dare quando viene interpellato come corpo vivente, è necessario costruire uno scenario alternativo, più spirituale, la psiche. Forse della psicologia potremmo fare a meno se tornassimo dal corpo scientifico al corpo vivente, così come segnalava Husserl a proposito dell’errore di Cartesio, invitandoci a superare il dualismo che ha percorso un po’ tutta la storia della filosofia dell’Occidente (Galimberti).
Errore che non è cominciato con Cartesio ma con Platone, e che oggi le neuroscienze, con le loro splendide parole “mind and brain”, non fanno altro che riprodurre in modo più raffinato. Umanizzazione ma allo stesso tempo considerazione della razionalità che il processo cognitivo inevitabilmente richiede. Un esempio è rappresentato da RSM, progetto cominciato nel 2001.
L’operazione, che ha portato gli artisti in Brasile, nello Yucatan, in Australia, in India, è tesa a verificare una teoria astronomica medievale che a partire dall’indagine del moto apparente del sole, visto dalla terra, dà la possibilità di controllare la propria vita ed il proprio destino grazie allo spostamento, al viaggio in determinate parti del globo al compimento del proprio compleanno astronomico.
Una enorme possibilità per se stessi, per la propria rete di conoscenza per il proprio bagaglio spirituale e culturale.

Razionalità ed umanizzazione: così anche l’oggetto scultura Unità Minima di Senso, del 2002. Un sottile nastro di carta lungo un chilometro “sul quale negli ultimi mesi abbiamo descritto le immagini e i ricordi che più hanno segnato la nostra storia personale.
Pensieri sparsi, unità minime di un disegno attorno al quale si è costruita la nostra esistenza. Abbiamo cercato di tirare fuori le labili tracce impresse nella mente per affidarle, tramite la scrittura, a questo fragilissimo nastro di carta che le traghetterà nel futuro”.

La consapevolezza dell’uomo di dover aprire ed offrire la propria conoscenza per meglio poterla condividere con gli altri. Pino Valente e Giovanna Bianco restano spettatori e protagonisti allo stesso tempo, totalmente coinvolti in un percorso filosofico che sembrerebbe più linea che segmento, non ha un inizio e forse neanche una fine, quel percorso che è l’analisi della vita, delle sfumature, delle reazioni, delle relazioni, delle possibilità di studio e conoscenza.

I loro primi lavori video avevano una durata limitata, un inizio ed una fine, ora non è più così, sono endless loop, proprio come il percorso filosofico di cui sopra, immagini che accompagnano una strada, la illustrano, ne mostrano passaggi…, è l’efficace traduzione della riflessione in immagine.
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Tratto da Bianco-Valente, Meu mundo é hoje, ed. VM21 artecontemporanea, Roma, 2007

 
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