Luca Farulli, Cambiamenti di paradigma della mimesis. Riflessioni sul lavoro di Bianco-Valente, 2008
 

L’occhio blu di “Rem” (1995) guarda sbigottito, come esonerato dal proprio antico corpo organico: una scatola nera gettata altrove, da un veicolo in caduta. La ricerca sub specie imaginis sviluppata da Bianco-Valente comincia da qui. Ancor prima che algida indagine relativa al dualismo corpo-mente, l’incipit del loro lavoro è dato da una ‘tenerezza’ per quanto sta accadendo, da tempo, alla forma di lungo periodo assunta dal corpo: alla sua moderna riscrittura culturale. Con Walter Ong, potremmo, correttamente, parlare di una precisa fase di “organizzazione del sensorio”(1), la quale si sta riconfigurando attraverso i nuovi “interfaccia culturali” (Lev Manovic) di genere elettronico.
Lo sbigottimento è legato ad un corpo in transizione e viene simboleggiato dall’organo che sta per il pensiero: appunto l’occhio. Da una parte, esso esibisce la domanda-sensazione: in quale corpo mi trovo? Cosa mi sta accadendo? Dall’altra, quell’occhio avvia a rilasciare immagini-ricordo, immagini-sensazioni, cristalli di tempo. Fiancate di ghiacciaio, che si separano dal corpo originario e portano, incastonati in sé, fasi geologiche trascorse, stratificazioni di tempo, in cui sono conservati fossili, souvenir di vita pregressa.
Rast machen: occorre sostare.

Per un decennio, da “Rem” a “Relational Domain” (2005), Bianco-Valente hanno eletto a próblema il tema del ‘resto’, di ciò che rimane, continuando ad esercitare resistenza, anche meramente residuale, nella forma di disturbo. Sembra, quasi, che del Mind, essi scelgano quella dimensione di materialità che ne fa un fiordo del corpo. Come in una insolita ‘elaborazione del mito’, il Brain è investigato nella sua stratificazione temporale, nel suo essere corpo del pensiero, con tutti i misteri che, un ripostiglio quale è il corpo, sa conservare. Esonerato da una particolare, storica fase di configurazione corporea, questa mente-corpo è soggetta a riadattamenti, a epoche percettive e sensibili ma, secondo il noto enunciato goetheano, conserva la propria memoria d’organo.
Reperto geologico, scheggia di natura, esso è un contrappunto con l’adesso, con il futuro: in definitiva, con il tempo nella sua accezione progressiva. In tal senso, la scelta compiuta da Bianco-Valente a favore del Loop quale accorgimento narrativo, costituisce una strategia perfetta, nell’ottica di salvaguardia del ‘resto’. Il Loop, infatti, corrisponde al rocchetto con cui, il bambino descritto da Freud in Al di là del principio di piacere, giuoca a far riapparire la madre. Il rocchetto lanciato sotto il letto simboleggia l’andar via della madre; il rocchetto tirato a sé, il riapparire della madre.
Il Loop ripete, infatti, ad libitum il processo di emergenza di un resto mestico, esperienziale che non intende farsi da-parte. In quanto accorgimento narrativo, esso funge, anzi, da recupero di tempo vissuto che, però, ha assunto il carattere degradato di un ricordo senza più piedistallo, di una citazione orfana della propria frase. Per un effetto magico e misterioso, il Loop-rocchetto fa da spola tra ora ed allora, andando a recuperare, sempre di nuovo, l’antica canzone, il vecchio motivo che ritorna. E’ quanto succede, quando si trasloca di corpo.

L’attenzione rivolta da Bianco-valente al Brain quale corpo del pensiero, alla materialità dei processi mentali, ha una ulteriore implicazione di rilievo sul piano complessivo dell’immagine: essendo la riemergenza, ovvero, essendo l’ostinato ‘resto’ che esercita resistenza, una immagine-affetto, una immagine-passione, ciò di cui ne va nell’immagine, non è la registrazione delle mere informazioni percettive, oppure, la rielaborazione fittiva dei processi.
Si tratta, piuttosto, di una strategia di recupero della sensazione viva, di quel contatto nervoso precedente qualsiasi mediazione intellettiva, che resta, in quanto macchia di colore, in quanto effetto cromatico dei vari Mind Landscape, in cui il video e la lampada stroboscopica tirano fuori tutto il colore possibile al mondo vivente, colto in una immagine che è, sempre, interna ed esterna.
E’ esattamente qui che si rende comprensibile il richiamo all’unico pittore menzionato da Bianco-Valente: a Francis Bacon, di cui Gilles Deleuze dice: “Ogni sensazione, ogni figura, sono già, in sé, sensazione ‘accumulata’, ‘coagulata’ analogamente a una formazione calcarea: da qui il carattere irriducibilmente sintetico della sensazione”(2).

Con questo, giungiamo al tratto di lavoro che muove da “Relational Domain” a “Over the Noise Floor” (2007), in cui siamo presi in una strana tipologia di viaggio: rette assiali in mappe di volo(3); strutture reticolari, costruite da un ragno elettronico, su cui soffia un filo di voce dialogante. Non si ha ragione della novità rappresentata da questa ricerca, se non si passa per il nodo costituito da “Self organizing Structures” (2004)(4). Senza dimettere fedeltà a quel ‘resto’ che è presupposto del discorso, ovvero al corpo del pensiero in cui sono inscritte le unità minime della sensazione e delle passioni, qui assistiamo ad un mutamento rilevante di paradigma epistemologico o, meglio, ad un suo ri-orientarsi, ad un suo procedere diversamente.
A costituire il punto di confronto della ricerca artistica di Bianco-Valente, non è più il mero ambito mentale, o, altrimenti, il problema rappresentato dal rapporto Mind-Body in un’epoca di transizione verso una nuova configurazione corporea, bensì il vivente nel mentre ancora vive. E’ su questa soglia che Bianco-Valente sono impegnati a traghettare la nuova stagione del confronto arte-scienza. Qualificante tale dialogo è il paradigma scelto: quello del Βίου, del vivente.
La endovisione porta, infatti, ad un accesso senza distanza al vivente nel suo stesso campo d’insorgenza (Entstehungherd), come se si scegliesse di scendere giù nel vulcano per vedere il processo di fusione lavico, invece che stare assisi sulle pendici per osservare il fiotto di lava. Non più, confronto uomo-macchina, non più solo immagini mentali, bensì elaborazione di un diverso regime d’immagine: opzione a favore di un diverso paradigma epistemologico.
Le sinapsi, le cellule neuronali che si danno battaglia, in un campo che è quello della “volontà di potenza”, senza residui teleologici. Scrive Nietzsche in un Frammento postumo del 1888: “Le cose non si comportano con regolarità, non secondo una regola [...]. Qui non si obbedisce, giacchè che qualcosa sia così com’è, così forte, così debole, non è conseguenza di un obbedire o di una regola o di una costrizione... Il grado di resistenza e il grado di prepotere – di questo si tratta in ogni accadimento”(5).
Rispetto a tale incipit, “Relational Domain”, “Tempo universale”, rispondono all’invito: “Via sulle navi, filosofi!”(6).

Note
1 Ong, scrive, a tal proposito: “Anche il rapporto del suono e della parola stessa con il mondo vitale umano cambia. Il suono e la parola devono dunque essere considerati nei termini di un rapporto tra i sensi che va mutando. […] In questa relazione, è utile pensare alle culture in termini di organizzazione del sensorio. Per sensorio intendiamo qui l’intero apparato sensoriale come un complesso in operazione” (W. Ong, The Presence of the Word [1967], tr.it. a cura di R. Barilli, Bologna, Il Mulino, 1970, p.12. Sottolineatura dello scrivente).

2 G. Deleuze, Francis Bacon. Logique de la sensation [1981], tr. it., Macerata, Qodlibet, 1995, p.87. Il richiamo alla pittura di Bacon si trova all’interno della intensa intervista condotta da Pierluigi Castrati nel luglio 2003, ora leggibile in bianco-valente.com. La questione rappresenta un nodo artistico essenziale per una lettura della strutturazione immagine in Bianco-Valente, su cui varrà soffermarsi in altra sede.

3 In merito alla questione rappresentata dal modello della mappa, varrebbe sviluppare un approfondimento, al fine di individuare gli elementi di affinità e di distinzione rispetto allo schema descrittivo della mappa, ricorrente nella pittura olandese del Seicento, come messo ben in luce dal classico saggio di S. Alpers, The Art of Describing. Dutch Art in the Seventheeth Century [1983], tr.it., Torino, Boringhieri, 1984. Ciò rappresenta un ulteriore tema d’approfondimento in merito al rapporto arte-scienza, così come lo si trova sviluppato da Bianco-Valente.

4 L’opera è realizzata con il contributo musicale di Mass.

5 F. Nietzsche, Nachgelassene Fragmenten 1888-1889, tr.it., Milano, Adelphi, 1974, Vol. VIII/III, pp.47-48.

6 F. Nietzsche, Die fröhliche Wissenschaft, op.cit., Vol. V/II, p.166.
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Tratto da Alfabeto Esteso, Bianco-Valente, Dario De bastiani Editore, Vittorio Veneto (TV), 2008

 
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