Elena Giulia Rossi
Viaggio dentro la parola, dialogo con Bianco-Valente, 2016
 

La parola attraversa tutto il lavoro di Bianco–Valente, alla volta di un viaggio creativo guidato da un interesse che parte dall’uomo e dal confine tra corpo e mente. Tutto ha inizio con l’osservazione dei meccanismi percettivi per come questi danno forma alle immagini su impulso di stimoli interni ed esterni, in primis, il linguaggio, agente attivo nella costruzione e riconfigurazione delle convenzioni cartografiche. Quando chiuso all’interno di confini fisici, quando aperto alla sovrastruttura astratta della sua forma globalizzata, il linguaggio corre lungo la Storia mentre le dà forma e si rende manifesto nelle sue varie vesti: orale, scritta, sonora, in quella ibrida nata con i moderni modi del comunicare, un misto di parole e immagini che ricalcano il “suono” di una conversazione. Quando in primo piano, quando sullo sfondo, nei lavori di Bianco-Valente ritroviamo il linguaggio ovunque e in tutte le sue forme.
Nella parola orale, prima di ogni cosa, riconosciamo lo scambio tra i due artisti che fotografiamo passeggiare per le strade della loro Napoli, li ascoltiamo ragionare sulle opere, chiacchierare con i numerosi ospiti che li raggiungono da fuori, li osserviamo pensare creativamente e prepararsi a concretizzare l’estensione del loro sé duale e dialogico in “sistemi geografici di natura emozionale”, come ha visualizzato e sintetizzato la loro pratica artistica il critico Antonello Tolve in una lunga intervista realizzata nel 2011 (1).
Ci sono poi la parola scritta e quella stampata, a volte traslata in sculture in grande scala da attraversare con lo sguardo puntato sul paesaggio. Le parole “scrivono” la storia delle relazioni che dall’energia unisona dei due artisti coinvolge chi gli è accanto, avvolge chi osserva, sintonizza sui canali emotivi. Bianco-Valente, nella forma che loro prediligono - quella della conversazione - ci raccontano di questa avventura dentro il linguaggio, e ripercorrono le produzioni più rappresentative del loro percorso compreso nel cerchio che chiude l’arte con la vita, dalle prime opere video, come Altered State (2001), fino ai lavori di public art, come Towards You (2015) e Ogni dove (2015).
La loro pratica artistica è diventata ormai un linguaggio a sé, non omologato a nessuna definizione che a oggi ha voluto accomunare l’arte “relazionale”, propagato a comunità di tutto il mondo, come quelle marocchine, americane, libanesi coinvolte nei loro progetti. Il racconto di Bianco-Valente lascia grande spazio alla componente sonora, deus ex machina in grado di condizionare la percezione perché le immagini prendano una certa direzione di forma, e frutto di uno scambio importante  tra loro e i compositori. Ci rendiamo conto che il sovrapporsi di questi linguaggi e delle personalità a cui appartengono hanno avuto un impatto determinante perché la loro pratica artistica prendesse la direzione attuale, senza mai lasciare il sentiero che collega l’uomo con la dimensione universale che abita.

Elena Giulia Rossi: Il vostro lavoro nasce da un interesse profondo per la relazione tra corpo e mente, per l’individuazione degli orizzonti che separano il corpo organico da quello della coscienza. Il linguaggio, dispositivo per l’attivazione dell’immaginazione individuale e collettiva, è alla base di questa indagine e aleggia in tutti i vostri lavori. Qual è stato il primo lavoro in cui la “parola” è apparsa per la prima volta come immagine, come oggetto?

Bianco-Valente: Ci sono due opere per noi fondamentali che marcano questo inizio, la prima è il video Altered State, del 2001, in cui su un fondo nero brillano in una sequenza velocissima le parole con cui il ricercatore svizzero Albert Hofmann provava a descrivere le alterazioni del suo sistema percettivo dovute all’assunzione della LSD che lui stesso aveva accidentalmente sintetizzato. Le parole scorrono così velocemente nel video, sovrapponendosi, che non è possibile leggerle correttamente, ma intendevamo rappresentare in qualche modo la velocità con cui, nel cervello flussi caotici di pensiero e di sensazioni si tramutano in strutture verbali coerenti, atte a essere comunicate. Non è un caso che nel video le parole appaiano in rapida sequenza solo sulla parte destra dello schermo, che è percettivamente connessa con l’emisfero sinistro, quello preposto alla verbalizzazione.
Il secondo lavoro si intitola Unità minima di senso, del 2002, ed è un fragilissimo nastro di carta alto un centimetro e mezzo e lungo oltre tre chilometri sul quale abbiamo descritto le esperienze principali che ci hanno formato come persone.
Il nastro scritto viene mostrato sul pavimento come un groviglio caotico di pensieri. Concettualmente, la sua funzione è quella di essere letto da un’entità artificiale intelligente per acquisire una prima consapevolezza del mondo e poter iniziare la sua interazione con gli umani e l’esistente.
In entrambi i lavori la scrittura va oltre la sua normale funzione di elemento per la trasmissione di senso e informazioni, per assumere una connotazione di stimolo visivo.



EGR: La parola è iniziata a comparire in numerosi lavori in forme e scale diverse, scritta a mano o stampata in una varietà di supporti e materiali. La calligrafia ha conquistato un ruolo centrale in molti dei vostri lavori: nella trascrizione di testi di autori vari sovrapposti dal montaggio video nello spazio di un foglio (Sulla Pelle, 2010), nella costruzione di architetture relazionali (Costellazioni di Me, 2010 - 2012 - 2014), nel racconto di storie da voi ascoltate dalla comunità libanese trascritte sui muri per mano di un calligrafo professionista (Come il vento, 2013). Cosa rappresenta la calligrafia nella cultura moderna? Cosa significa per voi?

B-V: La calligrafia è essa stessa una forma d’arte e più di una volta siamo rimasti affascinati nel vedere come un calligrafo con lo stilo riesca a riprodurre a mano i caratteri che abitualmente si usano per la stampa.
Ma a noi interessa l’atto della scrittura “comune”, non standardizzato e non innalzato a forma d’arte, la mente e il corpo di una persona che si mettono in movimento per tracciare dei segni convenzionali che gli permettano di diffondere i propri pensieri, le proprie storie nello spazio e nel tempo. Ci affascina che ognuno abbia il proprio particolare segno, più o meno marcato, più o meno intellegibile, con le linee di scrittura che tendono verso l’alto o verso il basso, insomma che nella propria scrittura oltre a esserci una rappresentazione del proprio pensiero venga cristallizzata anche una parte delle proprie attitudini, che sia anche l’espressione del proprio corpo. Ecco perché nelle installazioni dove intrecciamo le storie e le esperienze delle persone, invitiamo quelle stesse persone a scrivere di proprio pugno direttamente sul muro, in modo che si percepiscano le diverse calligrafie che si intrecciano, a simboleggiare le sane differenze che arricchiscono ogni gruppo sociale.



EGR: Veniamo poi a opere di public art dove le scritte assumono una scala monumentale, posizionate spesso in punti panoramici delle città che le ospitano per essere attraversate dallo sguardo che mira al paesaggio, per essere “sovrascritte” con le immagini che la parola suscita. Penso a Il mare non bagna Napoli, ora parte della collezione permanente del Museo Madre, alla scritta Towards You (2015) che si sovrappone nello sguardo dal belvedere dell’isola di Capri, a Ogni dove che dal 2015 è parte integrante del paesaggio di Latronico come installazione permanente. Come vi rapportate con la “parola” in questa scala di lavori (e valori)?

B-V: Nel caso di queste installazioni ambientali, realizzate in ferro verniciato, il nostro intento è quello di inserire una linea di senso che altera la normale percezione che le persone hanno di quel paesaggio o di quel contesto. Proponiamo la nostra chiave di lettura di quello scenario, invitando le persone a riflettere con noi sulla complessità e le molteplicità che si celano dietro ogni visione da cartolina dei luoghi.
Anche queste opere fanno parte di una nostra ricerca sul nesso strettissimo che lega la parola all’immagine, su come la lettura (o l’ascolto) di uno stesso testo sia in grado di generare immagini vivide nella mente di ogni essere umano, pur essendo queste immagini diverse per ogni individuo, proprio perché si basano sul proprio vissuto, sul bagaglio delle proprie esperienze.


EGR: Il suono è un’altra forma di linguaggio, agente altrettanto efficace sull’unità percettiva che guida il cervello alla formazione delle immagini. Musica e suono sono vitali in molti vostri lavori, così come il dialogo con compositori e musicisti come Mario Masullo e Andrea Gabriele, con cui avete realizzato opere importanti (a loro è dedicato Ogni dove). Ci potete raccontare della collaborazione con loro e qual è il ruolo di ciascuno di voi nell’orchestrare un discorso visivo-sonoro?

B-V: Con Andrea e Mario si è da subito sviluppato un rapporto molto profondo, sentivamo di essere quasi dei fratelli e ci teneva legati insieme il nostro fare arte, ognuno con la propria diversa visione della vita che si riversava con naturalezza e con forza nel lavoro. Andrea era la leggerezza e la musica fatta persona, il suo modo di lavorare era simile al volo della farfalla che sembra procedere in maniera incerta tentando tutte le direzioni, ma che in realtà sa benissimo dove vuole arrivare. Mario era impulsivo, irascibile ma dolcissimo e la sua musica densa, corporea, profondissima. Hanno lavorato molto entrambi e per nostra fortuna, prima di andare via, ci hanno lasciato tantissima musica meravigliosa. Ci resta così la sensazione di avere due amici speciali che continuano a inviarci dei segni da un territorio ignoto.



EGR: Anche nel lavoro Sulla pelle (2010), a cui abbiamo accennato parlando del ruolo della scrittura a mano, il contributo sonoro di Andrea Gabriele ha giocato un ruolo determinante, in questa nostra chiacchierata particolarmente interessante per il suo mettere in relazione cultura scritta e orale…

B-V: Sulla pelle mette in scena il modo in cui vediamo Napoli, il luogo che ci ha formato e dove è nato il nostro progetto e la nostra vita insieme. Abbiamo imparato ad amarla attraversandone quotidianamente a piedi il centro antico, leggendo le stratificazioni architettoniche visibili su ogni edificio, piazza, cavità, monumento che ancora marcano la struttura urbanistica tracciata da coloni greci duemilacinquecento anni fa.
Nel tempo c’è stata anche una formidabile evoluzione sociale e culturale che ha definito strutture di convivenza molto complesse e ardite basate sulla tolleranza, frutto della necessità storica di convivere forzosamente in spazi sempre più esigui. La tolleranza ha lasciato campo alla violenza, che a sua volta ha offerto il fianco al bene senza condizioni. Tutte queste forze si contendono ancora oggi la scena di questo teatro a cielo aperto e la situazione sociale è molto più complessa degli stereotipi che i mezzi di informazione amano riproporre. Lo sanno bene gli scrittori e gli intellettuali che nei secoli si sono confrontati con la città, continuando a ribadire nei loro scritti l’amore, la meraviglia, le paure per una società sempre lontana da ciò che è lineare, ordinario, prevedibile.
Abbiamo così immaginato di trascrivere le loro storie su un quaderno, senza mai voltare pagina, fino a quando le parole, stratificandosi, hanno completamente saturato la superficie del foglio.
Anche Andrea per la colonna sonora ha lavorato sull’idea di stratificazione, utilizzando campioni di suoni registrati in città, voci di persone che al telefono leggono alcuni dei brani che vengono trascritti, amalgamando tutto con le sue musiche che sembrano evocare gli scoppi improvvisi dei botti, che a Napoli squarciano l’aria da metà novembre fino ai primi di gennaio, quasi a voler rappresentare la situazione sociale della città che sembra sul punto di esplodere in ogni momento.



EGR: Il rapporto tra immagine e parola ritorna in una formula ancora diversa in uno dei vostri lavori più recenti. Una fotografia è cucita assieme a un foglio bianco che la nasconde alla vista. Le parole ne descrivono il contenuto. Il filo rosso, che abbiamo visto comparire in molti lavori in cui ricamate i confini di carte geografiche, torna qui per legare assieme immagine e immaginazione. Si crea così quello spazio interstiziale dove il contenuto dell’immagine prende forma dal potere magico delle parole e lo sottrae all’obsolescenza dell’oggetto fotografico. Ci potete raccontare come è nato questo lavoro?

B-V: La maggior parte delle forme di vita ha la capacità di percepire la realtà esterna attraverso il senso della vista, ma siamo l’unica specie ad avere una forma di linguaggio così complessa e articolata. L’uomo è pienamente consapevole di questa specificità e infatti ha da sempre attribuito un potere taumaturgico alla parola che è in grado di curare, ma anche di indurre la formazione di immagini e “scene” nella mente dei nostri interlocutori.
Studi recenti sembrano dimostrare che il cervello umano si è evoluto dando una grande importanza alle informazioni che è possibile ottenere dall’ascolto delle esperienze altrui, e questo avrebbe determinato il successo delle storie e l’istintivo bisogno che tutti abbiamo di sentircele raccontare (2). Dalla fiaba che chiediamo da piccoli ai nostri genitori prima di andare a dormire ai cartoni animati visti in TV, dai libri alle storie viste al cinema e così via passando da un racconto all’altro.
Grazie alle endorfine che il nostro cervello produce proviamo un particolare piacere nello scoprire “come va a finire”, soprattutto quando con l’inferenza immaginiamo le parti mancanti di una storia che non vengono rappresentate, come il finale aperto oppure i salti narrativi non descritti esplicitamente.
Quest’opera si inserisce in queste dinamiche mentali: una vecchia fotografia scattata da altri e che non ci appartiene in alcun modo è lì presente ma non si può vedere perché cucita insieme a un foglio bianco che la cela alla vista. Questa pagina riporta però una nostra descrizione scritta della fotografia. Siamo state le ultime persone ad aver visto questa immagine e finché la cucitura non verrà strappata (gesto che sancirebbe la distruzione dell’opera), l’unico modo per averne cognizione sarà attraverso l’esperienza che noi ne abbiamo avuto e le parole che abbiamo usato per descriverla.

Note:
1. Antonello Tolve, Bianco-Valente. Geografia delle emozioni, MMMAC Edizioni, Salerno, 2011.
2. Brian Boyd, On the Origin of Stories, Evolution, Cognition, and Fiction, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, 2009.


 
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