Antonello Tolve, L'estetica emozionale di Bianco-Valente, 2011
 

Sistema geografico di natura emozionale, il procedimento estetico adottato da Bianco-Valente rompe gli argini della cartografia classica per dar luogo ad un discorso riflessivo di natura connettiva, reattiva, relazionale. Il loro lavoro deforma e manipola i punti cardinali del mondo (e, in alcuni casi, della natura) per dar vita ad ambienti mentali, strutture fluide che reinvestono le cose con una linfa creativa tesa ad articolare percorsi plurivochi. Accelerati, questi, da una mappa elettronica massicciamente calibrata sull'asse dell'alterazione sensoriale.

Producendo un unguento creativo che riduce e cortocircuita il reale a favore di una manovra poetica che mette in risalto il mentale, Bianco-Valente trasformano il bello di natura in un bello artificiale (Hegel) che mira ad incantare il fruitore con astrazioni visive altamente leggere, apparentemente fragili e delicate.
Dalla sociologia all'antropologia, dalla geologia alla geografia estesa, appunto, dalla psicologia cognitiva alla materia tecnologica tout court, dalla letteratura alla musica. Per giungere, poi, all'imprevedibilità della storia (Popper), all'antroposofia e alla matematica, Bianco-Valente propongono un atteggiamento linguistico che si muove lungo i sentieri di saperi differenti per tratteggiare un labirinto di forme e figure, di suoni e rumori, di luci, ombre e sembianze che raccontano e decodificano spazi, luoghi, occasioni, passaggi e paesaggi vitali.

Ingegneri di un pensiero che morde le labbra alla logica per proiettare lo spettatore in un mondo fantastico ed incontaminato, il duo struttura opere tese a reimpaginare la vita per investigare, con eleganza, la trasparenza della materia di cui sono fatti i sogni (Shakespeare).
Collegamenti. Brecce che mettono in relazione il singolare e il plurale. Azioni di interazione sostenibile (ai limiti del credibile). Raccordi tra sensibilità diverse. Estensioni mentali (Rupert Scheldrake ha monitorato e teorizzato, per tempo, i paesi e i paesaggi della mente estesa) e aggregazioni creative. Il loro è un lavoro in cui, alla perdita del centro fa da contro altare, nell'immediato, una galassia sensoriale che intreccia scienza e tecnica per dar vita ad un atlante tecnologico del meraviglioso decisamente agile, delicato, accattivante.

Deep in My Mind (1997), Home, soft immaterial home (2000), Volatile (2001), Machine is Dreaming (2001), Unità minima di senso (2002-2003), unità che ritorna e si trasfigura, in seguito, in una meravigliosa installazione site-specific realizzata nel 2007 per la piazzetta di San Nicola, a Latronico (in Basilicata). E poi, Jsr e Rem (2002), splendidi light-box eseguiti per la metropolitana di Napoli. Ma anche Relational Domain (2005), Tempo universale (2007), Raw material (1994-2008) e il doppio progetto di Visibile Invisibile (quello del 2008 e quello del 2009). O le recenti ricapitolazioni di Relational (2010) e l'avvincente leggerezza de L'insostenibile calma del vento (The Unbearable Calmness of Wind), suggestivo mélange di frequenze proairetiche date in tempo reale e tradotte in suoni per dar vita ad una espressione del vento che racconta le sue avventure, il suo peregrinare al di là del tempo e della storia.

Seguendo le linee generali della teoria d'interazione e connessione proposta da Gregory Baterson in uno dei suoi volumi più significativi, Mind and Nature , e attraversando inoltre le metamorfosi del territorio sociologico che il ricercatore inglese Mark Buchanan ha approfondito in un lavoro del 2002, Bianco-Valente costruiscono un palinsesto visivo in cui s'attorcono storie, formule legate ad una nuova retorica della variazione (Lévi-Strauss), forme che propongono, di opera in opera, la varietà dei sensi, la costante propensione dell'opera all'apertura, all'oltrepassamento, al divenire delle società e dei vari stili di vita.

Vibrazioni sensitive, smagliature linguistiche, perdite impalpabili di senso e ritrovamenti estranianti in grado di massaggiare e deliziare i sensi del fruitore. Le opere proposte da Bianco-Valente invertono il sogno fisico in sogno metaforico dell'arte per aprire scenari obliqui e ubiqui , interazioni liquide, visioni e composizioni postorganiche, analisi neofisiche e ricerche temporospaziali che ricalibrano lo sguardo su eterotopie, eterocronie (Foucault) ed eterocromie dense di rimandi al mondo della vita e a quello che vita non è.

AT: C'è un filo conduttore che collega le vostre opere, quasi a creare un vero e proprio work in progress. Un cammino linguistico che dall'elaborazione di un'opera, via via, si sposta verso la progettazione di un'altra campagna creativa.
B-V: La crescita personale è il filo conduttore di cui parli. Prima di conoscerci e dare vita a Bianco-Valente (e alla nostra vita insieme), avevamo in programma un futuro completamente diverso (uno, studente di Geologia, l'altra appena laureata in lingue), ma l'energia, legata all'innamoramento e alla nuova vita insieme, ha completamente stravolto l'idea che avevamo di noi stessi, portandoci ad essere quello che siamo (e, ovviamente, tutto quello che non siamo stati). L'arte è la nostra personale forma di educazione permanente, il nostro modus vivendi. Nelle opere si intravede l'evoluzione del modo in cui ci rapportiamo alla vita e agli altri.



AT: Lo spontaneo e il programmato. Quanta importanza hanno queste due figure antitetiche nelle vostre attività artistiche?

B-V:
Programmare l'evoluzione di un progetto include inevitabilmente un possibile errore, ed è in questa discrepanza fra ciò che hai immaginato e il come andranno veramente le cose che ha origine la componente casuale dell'opera. Accettarla, e anzi servirsene fino in fondo per rendere il lavoro più vitale, è una cosa che si impara con l'esperienza e che alla fine lascia una bella sensazione, si ripensa a quello che non è stato e si sorride.



AT: Nei vostri lavori – e penso particolarmente a Home, soft immaterial home (2000), Volatile (2001), Slow Brain (2001), I Should Learn from You (2003) o a Relational Domain (2006) – il video non è mai soltanto un filmato tout court ma si relaziona, sempre, a me pare, con lo spazio in cui viene collocato per esaltarlo o modificarne gli statuti interni.

B-V:
Dovendo immaginare una installazione site-specific dopo aver fatto un sopralluogo, tendiamo a non trasformare lo spazio, cercando invece di esaltare con l'opera le sue peculiarità architettoniche, la storia delle persone che lo hanno vissuto, a volte le sue stesse imperfezioni.



AT: Per realizzare alcune opere collaborate, a volte, con tecnici specializzati. Penso a Mario Masullo aka Mass, alla sua genialità (che vorrei ricordare con voi). Vi andrebbe di raccontare da quale spinta nasce una collaborazione e quale contributo offre alla realizzazione delle vostre idee?

B-V:
Il nostro operare in due ci rende naturalmente aperti alle collaborazioni, avendo sviluppato la capacità di condividere tutti gli aspetti del lavoro. La prima collaborazione risale al 1998, con i 24Grana, con cui abbiamo realizzato il video Welcome X. Poi, dopo altre collaborazioni con sound designers, come Andrea Gabriele, col quale tutt'ora c'è un bellissimo rapporto personale e di lavoro, abbiamo conosciuto Mario, durante un suo concerto all'Ecoteca di Pescara, in occasione del PEAM del 2003. Sentimmo subito una forte affinità con la sua musica, e infatti da quel momento abbiamo firmato insieme molti video e installazioni.
Mario era dolcissimo e irruento al tempo stesso, era in grado di sciogliere i momenti di tensione con dei grandi sorrisi improvvisi che dilagavano diventando risata comune. Una persona a cui volere un bene dell'anima, non si spiegherebbe altrimenti il fatto che sul suo profilo Facebook quasi quotidianamente i tanti amici continuano a lasciare saluti e messaggi di affetto. Ci fa molto male parlarne al passato, pensare a tutti i progetti che avevamo in cantiere e che questa ipocrita illusione di immortalità ci ha lasciato rimandare giorno dopo giorno. (Non siamo immortali, neanche un po').



AT: Fotografate sempre, con molta puntigliosità, tutto quello che vi interessa e vi incuriosisce. In ogni occasione scattate fotografie a luoghi, oggetti, amici, conoscenti, situazioni. Qual è il vostro rapporto con il mezzo fotografico?

B-V:
Negli ultimi anni usiamo molto la macchina fotografica quando ci incontriamo con gli amici o quando siamo in viaggio, soprattutto per fare dei ritratti. Sul finire degli anni novanta facevamo la stessa cosa, però utilizzando la videocamera analogica. Estrapolavamo dal flusso video i singoli fotogrammi, ottenendo immagini con una risoluzione molto bassa, però ricche di fascino. Anche per la produzione di opere abbiamo avuto un percorso analogo, con all'inizio un quasi esclusivo uso della videocamera, mentre adesso ci capita di utilizzare anche la reflex digitale, il cui uso principale è comunque legato alla documentazione delle installazioni.



AT: Passiamo alla sfera percettografica e percettologica. Il prodotto mentale (una mente estesa e dilatata) e quello naturale (sempre rivisitato e modellato secondo andature visive che reinvestono di significato le cose) sono, nei vostri assunti tecnici, teorici e artistici in continua sovrapposizione, connessione, intesa, mescolanza. La percezione della realtà è sempre alterata – e direi elegantemente atterrata – da una percezione bipolare che mettere alla pari la mente al corpo. Vi andrebbe di delineare questo vostro atteggiamento estetico?

B-V:
L'indagine sulla dualità corpo-mente è il nucleo centrale intorno al quale evolve e si differenzia il nostro lavoro, ci affascina il modo in cui, in ogni persona, possano coesistere e svilupparsi questi due domini apparentemente antitetici.
Il corpo necessita della mente per muoversi ed interagire con la realtà esterna, la mente sembra non essere altro che una mera espressione del corpo, che è però in grado di donarci la cognizione di noi stessi, la capacità di immaginarci dall'esterno, e soprattutto ci permette di evadere dalla finitezza fisica e temporale della nostra componente organica.
Molte opere di Bianco-Valente sono incentrate sull'analisi di questi processi di percezione e definizione della realtà esterna, come, ad esempio, le transizioni degli stati elettrici e biochimici che inscenano la nostra personale mappa del mondo, il modello della realtà che utilizziamo per muoverci ed interagire con lo spazio e le altre entità.



AT: «Lavoriamo sui fenomeni legati alla percezione e sui processi cerebrali che ci permettono di mantenere il ricordo delle esperienze, di percepire immagini mentali e, tramite esse, di instaurare una riproduzione in continua evoluzione della realtà esterna». È quanto avete scritto, un po' di tempo fa, per definire alcuni nuclei della vostra opera.

B-V:
La relazione dell'essere umano con la realtà esterna non è diretta, ma mediata attraverso l'immagine della realtà che conserviamo nella mente e che si aggiorna momento per momento, grazie a ogni nuova esperienza che va a precisare o contraddire le precedenti.
A rendere affascinante questo processo c'è il fatto che la mente è attraversata anche da immagini effimere legate al sogno, agli stati di coscienza alterata, e ad eventuali disfunzioni biochimiche del cervello, per cui a volte i piani del reale e dell'immaginario tendono a fondersi fra loro, in un gioco di riflessi e distorsioni.
Ecco, a volte è interessante tentare di inserirsi con il proprio lavoro nello spazio al confine fra realtà, percezione e immaginazione.



AT: Arte, scienza e tecnologia avanzata. È, questa, una trinità essenziale in ogni vostro elaborato artistico. Quale grado hanno la scienza e la tecnologia in generale nel campo della ricerca estetica che portate avanti?

B-V:
Arte, scienza e progresso tecnologico evolvono seguendo modelli analoghi, dove giocano un ruolo importante l'intuito, la perseveranza, la casualità e l'errore. Diversi artisti lavorano sulle commistioni fra arte e scienza, e molti altri riportano nelle proprie opere il fascino esercitato dai progressi scientifici.
Il punto cruciale è legato alla prospettiva da cui si decide di indagare questi processi. Se al centro del discorso resta la scienza o la tecnologia in quanto tali, si rischia fortemente di produrre opere affascinanti ma destinate ad invecchiare velocemente, se invece il riferimento del discorso è l'uomo e le sue contraddizioni rispetto ai progressi scientifici, allora l'opera abbraccerà tematiche più universali e non strettamente connesse all'attualità.



AT: A volte è possibile percepire la nascita di un vostro lavoro non solo dal rapporto diretto con il quotidiano, ma anche dalla lettura di un libro che vi ha emozionato. Il mondo della letteratura, ad esempio, è importante nella preparazione di una vostra opera?

B-V:
Esistono libri che ti inducono a vedere le cose con una luce diversa, specialmente subito dopo averli letti. Questa alterità rispetto all'ordinario può essere lo spunto per un nuovo lavoro, altre volte il libro lascia un piccolo seme silenzioso dentro di te, pronto a germogliare quando sarà venuto il momento giusto.
Mente e Natura di Bateson, ad esempio, letto quasi contemporaneamente a Nexus di Buchanan ci ha spinto a ideare Costellazione di me, mentre il video Sulla Pelle è scaturito dopo la lettura di Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese. (Ci soffermiamo soltanto sugli ultimi lavori perché l'elenco potrebbe essere molto più lungo). Altre letture invece innescano delle riflessioni più profonde, in grado di alterare per sempre il modo di vedere le cose e di concepire le opere, nel nostro caso libri come Il gene egoista di Dawkins.



AT: Centrale nelle vostre linee riflessive è anche il rapporto sul sapere della città. Sui luoghi e sui territori. L'urbano e la proposizione comunitaria quale ruolo giocano nel vostro corpo a corpo con la maglia cittadina?

B-V:
Amiamo la natura che è infatti molto rappresentata nelle nostre opere, soprattutto l'erba, i cespugli e il cielo, ma in realtà siamo animali cittadini, di una strana specie che si è ambientata a vivere in uno fra i luoghi più controversi al mondo. Il centro antico di Napoli in cui ci immergiamo quasi quotidianamente, sembra un grande laboratorio sociologico a cielo aperto, dove da secoli si sperimentano le più ardite forme di convivenza: è sporco, è brutto, è cattivo, ma (per la strana ragione che tutti i napoletani conoscono bene) non riusciamo a farne a meno per lungo tempo.
La città è stata fondata 2500 anni fa da pitagorici (e i numeri restano ancora oggi, a livello popolare, la chiave di lettura del susseguirsi degli eventi), in una zona stretta fra il mare e due aree vulcaniche potenzialmente distruttive in senso assoluto: Il Vesuvio e i Campi Flegrei. Ed è proprio l'energia potenziale, in tutte le sue declinazioni, il tratto distintivo della città.  



AT: Ci sono alcuni lavori che nascono da un'analisi antropologica, sociologica, geofisica (è il caso de L'insostenibile calma del vento, 2010, progettato in occasione di Interferenze. New arts festival). Quanta importanza hanno queste trame metodologiche nel vostro lavoro?

B-V:
Per l'edizione 2010 del festival Interferenze, abbiamo prodotto un'installazione sonora computer based incentrata sul moto dei venti e l'idea ci è venuta proprio dopo aver fatto i sopralluoghi a Bisaccia (la sede 2010 del festival), piccola cittadina dell'avellinese che è anche chiamata la città dei vent” per via della particolare configurazione orografica del suo territorio.
L'insostenibile calma del vento raccoglie, in tempo reale tramite internet, informazioni sulla velocità e la direzione dei venti che stanno spirando in diversi punti del mondo, per trasformarle in uno scenario sonoro mutevole, riprodotto nell'ambiente tramite un subwoofer da concerto, in grado di riprodurre suoni, ma anche vibrazioni percepibili con il corpo.



AT: Passerei a Relational, un progetto in continua elaborazione...

BV:
Dal 2001 stiamo sperimentando su noi stessi la teoria delle Rivoluzioni Solari Mirate, così come postulata da Ciro Discepolo nei suoi libri fin dagli anni settanta. Si tratta di una forma di conoscenza molto antica (a metà strada fra Astronomia e Astrologia) che è stata tramandata fino ai giorni nostri, e che parla di un ciclo annuale che parte nel momento del nostro primo vagito e si compie ogni anno quando il Sole, visto dalla terra, torna ad occupare la stessa posizione nel cielo.
In quel momento, l'organismo sarebbe pronto a ricevere degli ipotetici influssi astrali provenienti dai pianeti del Sistema Solare, in base alla loro disposizione nel cielo sopra e sotto di noi. Ogni anno una nuova nascita.
La svolta data da Ciro Discepolo a questa teoria, consiste nello scegliere e raggiungere ogni anno  uno specifico luogo sul globo terrestre, dove le simbologie legate ai pianeti e alla loro posizione nel cielo sarebbero in grado di dare il migliore imprinting possibile.
Al di la della validità di questo sistema simbolico (ovviamene gli scienziati di ogni ordine e grado dicono che sono solo sciocchezze), affrontare ogni volta questo genere di viaggio per raggiungere luoghi in cui non avresti mai immaginato di andare e confrontarti ogni volta con un modo diverso di concepire il tempo e l'esistenza, ti porta sicuramente a crescere come persona, acquisendo nuova consapevolezza e maggior distacco dall'ordinarietà del quotidiano.
Nel corso degli anni abbiamo così sviluppato l'idea di come gli eventi e le persone siano strettamente legati fra loro da un'infinità di legami invisibili che noi cerchiamo di rendere visibili attraverso la realizzazione di queste installazioni.
Un particolare che non riveliamo spesso è che la struttura di partenza di queste reti relazionali nasce mettendo in connessione le coordinate geografiche di alcune destinazioni di questi viaggi.
Queste installazioni realizzate con i cavi elettroluminescenti, sono stati la premessa per realizzare altre opere in cui mettiamo in relazione le persone e le loro storie, intrecciandole insieme in un'unico lavoro, come è avvenuto per il progetto Come il vento, per l'installazione Costellazione di me o, più recentemente, per il progetto Agli occhi di tutti che abbiamo presentato al Museo Riso di Palermo.



AT: Per evidenziare il vostro lavoro, nella sua totalità, a estetica relazionale (Bourriaud) forse è preferibile estetica emozionale. Nel senso che ognuno dei vostri progetti calibra la propria formula visiva lungo uno scenario che mira a colpire i sensi dello spettatore e a provocare dapprima una sensazione estraniante e, immediatamente dopo, una emozione che soltanto successivamente si rivela come incanto visivo, meraviglia uditiva, brano olfattivo che fruga nello spazio...

B-V:
In contrasto con il vivere quotidiano che sa essere così ordinario e alienante, l'arte avrebbe buone ragioni per lasciare i suoi fruitori stupefatti, estasiati e pensanti. Anche quelli che non hanno letto il comunicato stampa.
La questione non verte sul fatto di realizzare un'opera che sia bella o non bella esteticamente, ma sulla possibilità di lasciare aperto un primo livello di lettura in grado di attivare uno scambio emozionale con le persone.



AT: E lo spettatore. Quanta importanza ha questa figura aggiuntiva nel vostro percorso artistico?

B-V:
Per noi non è un elemento aggiuntivo, le persone che entrano in relazione con le opere ne divengono esse stesse parte, e questo è un aspetto di fondamentale importanza e da tenere in gran conto quando si immagina un'installazione ambientale.
In questo senso non siamo interessati alla produzione di opere marcatamente interattive, proprio perché se rendi percepibile la retroazione fra il comportamento della persona e i mutamenti dell'opera, induci le persone ad avere un comportamento un po' ridicolo, mentre cercano di capire come poter influenzare ulteriormente lo scorrere degli eventi.



AT: Materia prima (Raw material), 1994-2008, Adaptive (2007), il già citato Relational (quello del 2007), visibile invisibile (2009). Sono alcuni lavori in cui è forte il senso di una geografia rimodellata secondo azioni metodologiche che sfrangiano gli orizzonti prestabiliti e mettono in evidenza, d'altro canto, il nexus (per dirla con Buchanan che avete attraversato, tra l'altro, in un recente lavoro per la vm 21 arte contemporanea di Roma).

B-V:
Le mappe geografiche rappresentano il susseguirsi dei luoghi sulla terra o delle isole nei mari, ma dalla loro lettura è quasi impossibile definire la rete di relazioni e di scambi che coinvolgono i luoghi rappresentati. Questo è il motivo dei nostri interventi su cartine geografiche e mappe nautiche (talvolta mappe immaginarie, disegnate da noi), volti ad aggiungere nuovi piani di lettura emozionali e relazionali, in sovrapposizione alla consueta rappresentazione del reale.



AT: Un recente lavoro che avete proposto al MAXXI, in occasione di Net in Space a cura di Elena Giulia Rossi, mira a evidenziare un racconto che intreccia la storia naturale a quella artificiale. È, questo, un segmento che collega molti dei vostri lavori in cui è possibile percepire una delicata artificializzazione del naturale o, viceversa, una naturalizzazione dell'artificiale. Quale importanza hanno questi due piani nella vostra riflessione creativa?

B-V:
Ciò che definiamo artificiale, bollandolo come qualcosa di estraneo, è normalmente un prodotto dell'uomo, una particolare estensione del corpo o della mente che include sempre  caratteristiche tipiche delle espressioni della natura. In più molte scoperte scientifiche e tecnologiche sono avvenute in seguito a errori o valutazioni errate, e l'errore (insieme all'energia fornita dal Sole) è il principale artefice della varietà degli ecosistemi.
L'installazione site-specific Convergenza evolutiva, realizzata in occasione dell'inaugurazione del Museo MAXXI di Roma, si compone di due parti: una pagina web dove un sistema generativo mostra la nascita e lo sviluppo di una ramificazione falsamente dicotomica, secondo il modello matematico utilizzato in natura da diverse varietà arboree.
Abbiamo poi seguito questo stesso modello nel disegnare a mano, con pastello a cera bianco, una grande ramificazione su tutta la struttura in vetro dell'ascensore che collega i due piani del museo. Ovviamente il nostro intervento ha introdotto degli errori nello sviluppo del modello matematico, in un continuo gioco delle parti fra naturale e artificiale.



AT: Nella vostra opera il linguaggio verbale è luogo di riflessione, sottile apertura ad un dialogo con l'immagine. A volte membrana discorsiva che organizza, essa stessa, l'immagine, il corpo artistico, l'installazione.

B-V
: Negli anni abbiamo prodotto diversi video e installazioni legati alla parola, in particolare al modo in cui il cervello sia in grado di organizzare il flusso senza forma dei pensieri in una struttura convenzionale (il linguaggio), per poi verbalizzarlo: l'installazione computer based Breathless, il video Altered State, l'installazione Unità minima di senso, i video Sulla pelle e Entità risonante,solo per citare alcune opere. Una delle ultime è Costellazione di me, dove con le parole abbiamo scritto/disegnato una serie di linee sottili a comporre una rete relazionale sulle pareti e le volte della galleria vm21 di Roma. Il progetto si è sviluppato invitando circa 80 persone che sono in relazione con noi ad indicare il saggio o il romanzo che maggiormente ha ispirato la loro vita. A questi libri abbiamo aggiunto quelli a cui noi siamo più legati, e di ognuno abbiamo trascritto un capitolo sulle pareti e le volte della galleria per comporre una grande struttura, dove ogni linea rappresenta un libro, e tutte insieme vanno a comporre la grande costellazione dei nostri amici, ognuno diverso nella sua individualità, ma tutti in relazione fra loro, non fosse altro che per il loro legame comune con Bianco-Valente.



AT: Un'ultima osservazione. Ogni vostro lavoro ha come una volontà sotterranea di voler incantare il mondo, investirlo con un manto artistico che slabbra i territori della ragione (il prestabilito) per proiettare il fruitore nei territori della fantasia e dell'immaginazione.

B-V:
Come dicevamo prima, ciò che si definisce realtà è solo il suo simulacro allestito fra le pieghe della corteccia cerebrale, la nostra personale mappa del mondo. Un gioco di riflessi e rimandi continui fra il dentro e il fuori. Ecco, deformare o riposizionare questi specchi a volte dona bellissime sensazioni che neanche sappiamo più ricondurre alla realtà o alla pura immaginazione.

Note:
R. Scheldrake, The sense of being stared at, Three Rives Press, New York 2003.
G. Baterson, Mind and Nature. A Necessary Unity, Bantam Books, Toronto 1980.
M. Buchanan, Nexus. Small Worlds and the Groundbreaking Science of Networks, W. W. Norton, New York 2002.
A. Tolve, Ubiquità. Arte e critica d'arte nell'epoca dell'informazione globale, in «Exibart On Paper», a. X, n. 71, gennaio-febbraio 2011, p. 35.

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Tratto dal libro Geografia delle emozioni - Geography of Emotions, di Antonello Tolve ed. MMMAC, 2011

 
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