Sergio Risaliti, I paesaggi mentali di Bianco-Valente, 2000
 

Paesaggi mentali, circuiti artificiali, visioni schizoidi, mondi dipinti con l'uso di tecnologie sofisticate che interagiscono con gli organi e le membrane, con i neuroni. Siamo già nell'epoca delle biotecnologie.
Le opere di Bianco-Valente, coppia di artisti napoletani, rappresentano a livello di riproduzione uno spartiacque.
La tecnologia invade il campo artistico, spinge l'arte ancora più dentro la realtà esterna ed interna, l'evoluzione digitale, tuttavia avanza sull'unico piano di realtà che ci è ancora permesso, ed è quello fenomenologico ed esistenziale.
Come scriveva Merleau Pounty, "la visione è l'incontro di tutti gli aspetti dell'essere come ad un crocevia". L'artista si pone al centro di quest'incrocio e getta la tecnologia nello spazio illimitato della materia, in quello della nostra psiche.

Nei quadri stampati a cera di Bianco-Valente le figure fluttuano in ambienti allucinati, come all'interno della struttura molecolare e neuronale, in spazi senza confini, dilatati, confusi, percorsi in stato di allucinazione. Sulla pelle resta un sapore, la memoria di qualcosa già attraversato o conosciuto, di un vissuto, in questa o forse altra vita, ultraterrena.
E tutto si svela nella complicata combinazione di immagini e associazioni, di sensazioni e apparizioni che si insinuano nei nostri occhi, che percuotono l'interno, allo stesso modo dei suoni che essi elaborano digitalmente, stirandoli come membrane e non più come onde.

I video, le installazioni e le fotografie di Bianco-Valente non si compongono semplicemente di immagini tecnologiche, non usano la complessità strutturale come strumento di affabulazione, ma penetrano nella trama della percezione tentando di ritrovarne il capo, l'origine pre-umana, il linguaggio che tiene unito e saldato il corpo alla mente.
E' questo l'universo pre-umano, universo che sta ben oltre i limiti raggiunti dalle infinite protesi tecnologiche, che essi rivoltano verso l'esterno, rendendolo visibile e percepibile, per quel breve istante, per quel minuto di durata della proiezione, come un flash che scoppiando acceca lo sguardo.
E se il corpo è ciò che lega il vivente alla terra, alla vita, a uno spazio tangibile e concreto, mostrando se stesso in tutta la sua precarietà, piccolezza e pesantezza, ciò che attraverso la mente si percepisce dell'oltre, è la testimonianza di uno spazio mille e mille volte più gigantesco, più complesso e sterminato. Il loro è un gioco sottile, pericoloso: l'opera nasce ai limiti del linguaggio e della tecnica, nella dimensione ignota della visione e della percezione, dove spazio e tempo, finito ed infinito, sono fatti allo stesso modo di materia e spirito.

Le loro opere sottendono un interrogativo: quanto la materia esiste e resiste rispetto alla mente? Attraverso la folle combinazione di tempo energia, può avvenire la smaterializzazione? L'ironia dell'esistenza umana, che combina proprio questi due elementi, così distanti e incompatibili, in un unico essere, è forse questa. Quali occhi vedono questi paesaggi, quali sensi percepiscono queste dimensioni, questi colori, questi suoni? Occhi di un alieno provenienti da un mondo "di fuori" o occhi rivoltati all'interno di una dimensione più illimitata di qualsiasi esterno? Sensi che solo la tecnologia ci mette a disposizione?

Il colore è il luogo dove si incontrano il nostro cervello e l'universo, amava ripetere Cézanne.
Forse il caldo del sud provocava anche a lui allucinazioni, quell'acuta sensibilità, che sconvolse Van Gogh obbligandolo alla resa.
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ottobre 2000

 
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