Claudia Marfella - Intervista a Bianco-Valente, 2005
 

Claudia Marfella
Nei vostri ultimi progetti avete spesso collaborato con musicisti come Mass. Quando è nata l'esigenza di lavorare con dei musicisti?

Bianco-Valente
Non si tratta di mera esigenza, creare nuovi lavori collaborando con persone che senti vicine, e con le quali si stabilisce velocemente un’intesa, è un’esperienza che ti arricchisce molto dal punto di vista umano: è bello come mangiare insieme condividendo il cibo, ma la cosa viene vissuta ad un livello più profondo.



C.M.
Credo che in questo tipo di collaborazione sia molto importante il confronto. Da un punto di vista esecutivo, in che modo decidete quale suono e quali immagini utilizzare?

B-V
Non esiste una metodologia di lavoro predefinita, capita che noi mostriamo alcune scene a Mario oppure che lui ci faccia ascoltare dei suoni, e già questo può essere lo spunto per nuove idee. A volte lavoriamo insieme spalla a spalla per ore e ore, altre volte ci vengono commissionati dei lavori con un concept che diventa una sorta di limite da insidiare.
Il nostro minimo comun denominatore è la spontaneità delle intenzioni con la quale ci poniamo di fronte al processo creativo: siamo tutti e tre molto interessati all'aspetto emozionale del lavoro ed è fondamentale per noi riuscire a suscitare delle sensazioni attraverso le immagini ed i suoni.



C.M.
Siete stati selezionati per la Biennale di Musica contemporanea di Venezia e so che avete pensato ad un lavoro inedito. Che progetto presenterete?

B-V
Il concept del nuovo progetto audio video a cui stiamo lavorando con Mass è legato al viaggio. Ovviamente, nel senso più ampio del termine.
Ci accomuna la passione per i viaggi e abbiamo deciso di tentare di cristallizzare, in questo nuovo lavoro, gli spunti e le riflessioni che ci hanno accompagnato nei giorni vissuti lontano dalla nostra vita abituale.



C.M.
Spesso i vostri lavori sono legati a una componente emotiva. Penso in particolare a “Unità Minima di Senso”, il chilometro di nastro sul quale avete raccontato la vostra vita ma anche a video come "Cloud System" o "Uneuclidean Pattern", nei quali i luoghi rappresentati assumono una componente evocativa. In questi lavori la carica emotiva è espressa attraverso dei mezzi "freddi": il nastro ha una purezza essenziale, limitata al bianco e all'azzurro dell'inchiostro; mentre le immagini dei video hanno un aspetto artificiale. In che modo avvertite o vivete questa apparente dicotomia tra il mezzo espressivo adoperato e il pensiero che sottende l'opera?

B-V
Non crediamo ci sia una contrapposizione fra le cose che vogliamo esprimere e i mezzi che impieghiamo per farlo. Almeno, questo è ciò che sentiamo.
Anzi, il fatto di non aver frequentato l’accademia o alcun maestro, ci ha lasciato la piena libertà intellettuale di adoperare qualsiasi mezzo utile per creare senso. Invece, alcuni artisti non ancora consolidati, si sentono più protetti se restano nella scia di pensiero di qualche grande che li ha preceduti: identificarsi e utilizzare l’alfabeto creato da altri è sicuramente più comodo e lascia viaggiare meglio il tuo lavoro, ma è una pratica che a noi non interessa.



C.M.
I vostri video sembrerebbero nascere da una complessa manipolazione dell'immagine ottenuta al computer. In realtà quasi sempre l'artificio è ottenuto al momento della realizzazione del video, con l'utilizzo, ad esempio, di filtri colorati. Questa scelta non è in contrasto con la vostra costante attenzione verso le nuove tecnologie?

B-V
Ci interessiamo agli ultimissimi sviluppi delle tecnologie, è vero, ma non tanto perché esse rappresentano l’unico modo per produrre le nostre opere. Ciò che ci interessa è verificare l’ipotesi, da più parti paventata, che fra qualche tempo dovremo cominciare, nostro malgrado, ad interagire con entità intelligenti artificiali. Questo evento avrebbe delle ripercussioni enormi sul nostro modo di intendere la vita, le dinamiche sociali, la religione, eccetera. Attualmente lavoriamo sulla dualità fra il corpo e la mente e c’è la possibilità che questa dualità, fra non molto, sia da estendere anche ad entità intelligenti artificiali, fatte di plastica, metallo, silicio, e stati elettrici.



C.M.
Quasi sempre i vostri lavori hanno una potenzialità espressiva immediata e non è necessario guardare tutto un video per coglierne gli aspetti essenziali. E' anche questa una scelta voluta?

B-V
Certo. Non usiamo il video per rappresentare storie, ma per indurre sensazioni. Non usiamo attori e dialoghi, ma visioni distorte della realtà dai colori alterati. Utilizziamo scene che pensiamo siano in grado di comunicare in maniera non mediata con il cervello, anche ingannandolo a volte.
Questo è il motivo per cui i video non hanno uno svolgimento e non è necessario vederli dall’inizio alla fine: lavoriamo molto sull’inferenza e sulle unità minime di senso e, nei nostri lavori video più recenti, non esiste neanche più un inizio o una fine.



C.M.
La componente installativa mi sembra che sia sempre molto importante nei vostri lavori. I vostri progetti nascono spesso in relazione agli spazi nei quali intervenite?

B-V
Far interagire il nostro lavoro con gli spazi scelti per le installazioni ci intriga molto. Gli allestimenti migliori sono quelli dove siamo riusciti a modificare quasi nulla nelle architetture e ad installare la nostra opera come se fosse da sempre parte integrante di quel luogo.
Osservare le persone che entrano in questo piccolo mondo artificiale che hai creato per loro, e riuscire a cogliere le emozioni sui loro volti, è uno dei feedback in assoluto più gratificante che questa passione riesce a donarti.



C.M.
Siamo agli inizi di un nuovo anno. Cosa avete in mente per i prossimi mesi?

B-V
Avremo a breve la prima del nuovo progetto audio/video a cui stiamo lavorando con Mass; sarà il 28 ottobre, nell’ambito della Biennale di Venezia di Musica Contemporanea. Una collettiva importante a Napoli negli spazi del Museo di Castel S. Elmo, e una collettiva curata da Berta Sichel al Museo Reina Sofia di Madrid.
A Genova ci sarà poi l’inaugurazione della stazione De Ferrari del metrò con la nostra installazione permanente, un lavoro generativo sulla vita artificiale.
_
27 settembre 2004, tratto da Around Photography, n.3 ottobre-dicembre 2004

 
Torna all'indice