Ilaria Tamburro, intervista a Bianco-Valente, 2014
 

La teoria del caos, lo studio dell’entropia e il calcolo delle probabilità sono alcune delle tesi scientifiche che provano il desiderio di conoscenza e la volontà di controllare la natura e gli avvenimenti da parte dell’uomo che da sempre è costretto a fare i conti con l’ineluttabile. Dietro l’ apparente perfetto rigore scientifico dell’ universo si nascondono una serie di variabili che ci inducono ad affrontarne l’analisi con un atteggiamento meno deterministico, del resto è un po’ come voler comprendere la «logica dei sentimenti», un paradosso al quale è impossibile dare una soluzione completamente razionale. Eppure «nulla succede per caso», come afferma anche lo psicoanalista statunitense Robert H. Hopcke, ma non sempre gli accadimenti seguono dei principi scientifici e spesso la sincronicità di alcuni eventi (accidentali?) è in grado di generare inspiegabilmente un forte impatto emotivo, creando energia nuova, input per la crescita personale e collettiva. Tali considerazioni affondano le radici in un passato remoto, in cui antichi saperi tramandano come sia possibile plasmare il proprio destino in base ad approfondite conoscenze astronomiche e astrologiche, come la teoria delle Rivoluzioni Solari Mirate di Ciro Discepolo, recuperata dal duo Bianco-Valente che delle «combinazioni» e delle «relazioni» ha fatto uno stile di vita ed il fondamento di un’intensa indagine artistica.
Giovanna Bianco e Pino Valente si incontrano «per caso» nel 1995 e diventano allo stesso tempo coppia nella vita e nell’arte, entrambi partiti da formazioni diverse (una laureata in lingue e uno studente di geologia) scoprono nell’amore e nella vita insieme un nuovo futuro, stravolgendo inaspettatamente i propri piani. Danno così avvio ad una pratica di networking che fa capo ad una teoria ricorsiva secondo cui l’intero universo è unito da relazioni costanti, una rete invisibile e infinita che lega luoghi, persone e cose, una riflessione che prescinde la comparsa e l’utilizzo sempre più invasivo di internet e contempla l’ incessante connessione tra naturale e artificiale.



Mi piacerebbe iniziare la nostra conversazione dalla fine, chiedendovi subito dei vostri prossimi progetti

Fra i vari interventi in programma, stiamo lavorando ad una installazione ambientale da allestire nel cortile di Palazzo Strozzi a Firenze e per gli inizi del 2015 stiamo organizzando un viaggio nelle aree desertiche del Sud del Marocco che sarà la preparazione della prossima mostra alla Voice Gallery di Marrakech.



Il legame forte con il territorio e l’approccio sociologico e antropologico, sempre presenti nei vostri lavori, ha fatto sì che molti vi conoscano e vi riconoscano come «artisti relazionali». Cosa significa «arte relazionale» per i Bianco-Valente?

Interagire con le persone, con la storia e l’architettura del luogo per cui si sta immaginando una nuova opera restituendo alle persone che ci vivono abitualmente la propria visione delle cose. Spesso si tratta di progetti in cui diventiamo il tramite attraverso cui la comunità coinvolta sperimenta nuove forme di interazione.



Relational e Costellazione di me sono due facce della stessa medaglia, sembrano riferirsi però a due livelli distinti di relazioni, un livello esterno che spesso mette in rapporto il tessuto urbano con quello sociale ed uno più intimo che lavora sull’incontro e sul confronto di individui per dare avvio ad uno scambio e ad una crescita soprattutto personale, come se si lavorasse su una macro connessione negli spazi aperti ed una micro connessione negli spazi chiusi.

È un’ottima osservazione, in effetti immaginiamo l’architettura di un luogo come diretta espressione della comunità che vive in quel luogo, ma è anche vero che ogni modifica alla struttura architettonica di quel luogo (ad esempio un nuovo palazzo, una nuova piazza, una nuova definizione degli spazi per il tempo libero) indurrà un’alterazione nel modo di vivere e di stare insieme, e una socialità nuova indurrà un nuovo cambiamento dello scenario architettonico, e così via all’infinito. Allo stesso modo quando agiamo negli spazi chiusi, ci piace mettere in connessione persone e visioni in una maniera più intima.



Campo visivo, il progetto realizzato a Firenze nell’ambito della mostra presso la SRISA, è un lavoro «interno», la sua struttura ricorda Costellazione di me.

Si tratta di un esperimento sulla percezione che ha coinvolto più di ottanta persone che abbiamo incontrato separatamente negli spazi della SRISA, chiedendo ad alcuni di descrivere una fotografia che vedevano per la prima volta mediante un testo, oppure di dipingere ad acquerello l’immagine che si formava nella propria mente dopo la lettura di una di queste descrizioni testuali. Quando si vede una cosa nuova il cervello tende a decodificarla mettendola in relazione con tutte le cose viste in precedenza di cui si ha memoria, per cui sia nelle descrizioni sia nei dipinti è presente inevitabilmente una traccia più o meno marcata delle esperienze precedenti dell’autore, con buona pace del concetto di oggettività. Abbiamo fatto così descrivere volutamente a più persone la stessa fotografia o fatto dipingere da più persone lo stesso testo.
Il processo è partito da sole tre fotografie che avevamo portato con noi a Firenze, di cui una sola era stata scattata da noi in viaggio, mentre le altre due erano foto acquistate su una bancarella che vende foto prese dai vecchi album di famiglia. Dopo i primi passaggi, al posto delle fotografie di partenza, abbiamo fatto descrivere i primi acquerelli che avevamo ottenuto, osservando così la deriva inesorabile a cui erano destinati i caratteri principali delle tre immagini ad ogni traduzione immagine/testo/immagine.
Alla fine dei 10 giorni di preparazione della mostra abbiamo illustrato questo processo caotico allestendo sulle pareti della sala espositiva della SRISA le tre immagini di partenza e tutti i dipinti che da esse hanno tratto origine, collegandole fra loro con delle linee di testo (le varie descrizioni delle foto e dei dipinti), scritte a carboncino direttamente sul muro.



Nel tempo gli strumenti con cui realizzate le vostre opere sono cambiati, all’inizio l’uso della tecnologia nelle vostre installazioni era costante ma negli ultimi tempi avete abbandonato il multimediale preferendo nettamente l’ «analogico», c’è stata un’inversione di tendenza?

Le videocamere analogiche di metà anni novanta con cui tentavamo di riprodurre una sorta di immagine mentale erano molto adatte allo scopo, avendo un potere risolutivo e una stabilità dell’immagine molto precarie. Quando le videocamere sono diventate digitali la loro alta attinenza alla realtà e la qualità del loro rumore di fondo non erano più adatte alla rappresentazione di ciò che avevamo in mente e quindi abbiamo progressivamente abbandonato la nostra sperimentazione sul mezzo video che per noi non aveva più alcun senso. Utilizziamo ancora il video ma in modo differente mentre abbiamo intensificato l’uso di altri mezzi espressivi, gia presenti nelle nostre prime opere, l’uso della scrittura in primo luogo.



Molti artisti utilizzano la tecnologia soprattutto per conservare il proprio lavoro, voi come vi rapportate con l’idea di conservazione?

A dire il vero non è un aspetto che teniamo molto in considerazione anzi, subiamo molto il fascino delle opere destinate ad un lento degrado, un po’ come il corpo e la massa volatile dei nostri pensieri.



Come si passa dalla dualità corpo/mente alla rete di relazioni?

Corpo/mente è la prima relazione che esperiamo col nostro venire al mondo, anche se in maniera inconsapevole. Poi, col passare del tempo, constatiamo che siamo immersi in una rete di relazioni che ci tiene insieme a tutto ciò che esiste: materia, energia, struttura temporale, e prima o poi si arriva alla conclusione che ogni cosa è in grado di influenzare in qualche modo la nostra esistenza, così come noi influenziamo tutto ciò che abbiamo intorno.



Se volessimo tracciare uno schema visivo del vostro lavoro ci troveremmo di fronte ad una piramide rovesciata o ad una figura concentrica che ha il suo fulcro nella rete neurologica e si allarga poi all’ecosistema  e all’universo…

Semplificando le cose si potrebbe dire che la rete neurologica è  una sorta di rappresentazione delle dinamiche complesse che animano gli ecosistemi e che, su scala maggiore, mantengono in equilibrio l’universo stesso. Non è un caso che anche le infrastrutture complesse messe in piedi dall’uomo tendono ad avere una struttura simile, basta guardare gli schemi di connessione e di accrescimento delle reti elettriche o del modo in cui sono connessi i miliardi di computer che formano il World Wide Web.



Come si inserisce il tema del viaggio, che è poi fondamentale, nel vostro lavoro?

Secondo diversi filosofi e antropologi il nomadismo è la condizione naturale dell’uomo e l’essersi fermati a vivere nelle città ha influito molto negativamente sull’equilibrio psicofisico dell’uomo. La condizione del viaggio può compensare, purtroppo solo in parte, questo malessere esistenziale.

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novembre 2014

 
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