Pietro Gaglianò, Mappe temporanee, 2014
 

Campo Visivo esplora l’orizzonte dello sguardo e a ogni passaggio si interroga sulla possibilità che fermenta oltre quello stesso orizzonte. L’indagine non si arresta sulla definizione del confine, ma ne saggia la friabilità come un valore ermeneutico, evidenzia la pretestuosità della sua presenza, e dilata il suo legarsi a quelle due distese conoscibili che giacciono da entrambi i lati della linea incerta che il confine traccia. Tutto questo attraverso un piano passaggio di informazioni verbali e visive.

Il campo visivo è quello delineato dal bordo di alcune immagini fotografiche che hanno originato il processo di interpretazione (il cui contenuto è importante soprattutto per la complessità che tiene assieme il simulacro con la storia che l’ha portato tra le mani dei due artisti); il campo visivo è anche quello ramificato in frattali dalle descrizioni e revisioni che si distendono sulle pareti dello spazio espositivo: una successione di tappe, ordinate dall’alternarsi di testi e dipinti ad acquerello, che a volte dell’immagine originaria non conservano più nulla, ma che di quella foto sono parte, un’evoluzione ormai necessaria, dal momento in cui esistono e dichiarano la possibilità moltiplicativa della visione; il campo visivo, ancora, è una mappa, una costellazione, ed è una sintesi temporanea di legami tra le persone che sono intervenute nella sua formulazione.

I molti autori (e vettori) di questo viaggio nell’immagine come metalinguaggio sono stati artisti, studenti, viaggiatori. Il progetto è stato pensato espressamente per questa mostra e si è rivolto agli studenti e allo staff della Srisa, fino al coinvolgimento di un cospicuo numero di giovani artisti attivi a Firenze, e alla partecipazione di amici, studiosi e artisti affermati. A ognuno è stato chiesto di scrivere un breve commento descrittivo di un acquerello o di dipingere un acquerello che illustrasse un testo che gli era stato sottoposto. Ogni volta senza entrare in contatto con i passaggi precedenti, ignorando di quanti transiti l’oggetto della sua interpretazione fosse il frutto.

Qualcosa di sotterraneo a volte corre attraverso più passi, e riemerge inaspettato, in una ritornanza arcana. Qualcos’altro si smarrisce immediatamente, o rivela da subito una propria verità recondita che ne contraddice la semplice forma. Ogni emersione è una apparizione, e ogni  attraversamento contiene un fenomeno – alla lettera – una manifestazione carica di senso, il sintomo di una presenza che si dichiara nella laica parusia del colore, della forma e della parola.

Le opere di Bianco-Valente nascono sempre come sintesi di un processo interrogante, che si irradia dagli autori per coinvolgere diversi interlocutori, lo spazio, gli strumenti di rappresentazione e i dispositivi di identificazione e di riconoscimento dell’appartenenza. In forza di questa vocazione tutti i loro lavori, anche quelli più formalmente compiuti, mantengono il profilo della stratificazione che li ha creati, e lasciano leggere la complessità di sguardi e di azioni che sono intervenuti nella loro composizione. Che si tratti di mappe, di narrazioni visive e verbali, di interventi fisici sull’architettura e sul paesaggio, Bianco-Valente agiscono seguendo un minuzioso percorso di riscrittura, sotto la pelle delle cose e molto più in là della loro superficie.

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Testo scritto in occasione della mostra di Bianco-Valente Campo visivo, SRISA Gallery of Contemporary Art (Santa Reparata International School of Art), Firenze, 30 gennaio - 10 marzo 2014

 
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