Diana Marrone - Intervista a Bianco-Valente, 2003
 

Incontriamo Giovanna Bianco e Pino Valente, nel loro nuovo studio nella zona dei Vergini a Napoli, davanti ad una coppia di pc che guardano su altrettante finestre. Gli scuri, dipinti deep mediterranean blue, sono appena socchiusi su una folla di gabbiani urlanti che si spingono parecchio oltre il porto, a cercare cibo.
I progetti attuali del duo, considerato il più originale e tra i più in vista del panorama contemporaneo europeo, affondano nelle teorie della convergenza evolutiva. Per dirla con parole semplici, la natura sviluppa soluzioni simili per problemi analoghi e anche il cervello umano e le sue meccaniche rispondono a questa regola immota. Sono rapiti dalla tecnologia e dalla scienza e ne conoscono a fondo le più recenti evoluzioni. Forse perché, come spiegano - lei con studi di cinema, lui da geologo - non hanno letto molta storia dell'arte e invece divorano trattati e linguaggi di programmazione.

I vostri ultimi exhibit, ad esempio Slow Brain a Torino, sembrano dirigersi sempre di più verso una dimensione tecnologica, come se la sola poetica audiovisiva non vi basti più; create sempre di più entità, oltre che ambienti. E' il vostro nuovo modello interpretativo dell'installazione?

La tecnologia è la base del nostro lavoro, da sempre, ma per noi è anche un gioco. Intendiamo per tecnologia un insieme di strumenti, e cerchiamo sempre di evidenziare i limiti, i paradossi che scaturiscono dall'utilizzo delle macchine. Abbiamo lavorato a fondo sui processi cerebrali e in particolare sulla biochimica del cervello: ciò che ci permette di mantenere i ricordi, o percepire immagini mentali.
Il nostro interesse prevalente è tirare fuori la poetica dalle macchine attraverso dei lavori aperti dove le dinamiche complesse emergono spontaneamente. Per esempio, nell'installazione Volatile (2001, schede elettroniche, microprocessore, simulazione vita artificiale), abbiamo programmato soltanto alcuni parametri fondamentali, che la macchina esegue generando un fenomeno che noi percepiamo come naturale, il volo di uno stormo di uccelli, che è casuale e ogni volta diverso.



Restando nel solco, parliamo di Artificial Life (ALIFE): è un progetto impressionante e, del pari, una commissione molto insolita (della Fondazione Ansaldo, Genova ndr). Come è nata?

Tutta la nostra ricerca si sviluppa su due nodi fondamentali: da un lato il rapporto tra il corpo e la mente; dall'altro la relazione tra naturale ed artificiale. Abbiamo lavorato a questo progetto per circa due anni. L'abbiamo elaborato e proposto per una stazione della metropolitana di Napoli. Ma non è stata accettato, perché i committenti di solito preferiscono avere un lavoro “fisico”, materiale.
Invece a Genova se ne sono innamorati. E ALIFE è un progetto del tutto immateriale, si tratta di una proiezione, in definitiva. Il nucleo del progetto era legato al luogo stazione metropolitana: un paesaggio quotidiano di mobilità urbana.
E installare in una stazione di una metropolitana un lavoro che si evolve molto lentamente nell'arco di decenni (virtualmente progettato per proseguire all'infinito), significa in qualche modo raccogliere l'evoluzione delle migliaia di persone che tutti i giorni attraversano questi non-luoghi. Chi passa per una stazione, e vede un'opera immota come può essere una scultura, ad un tratto non la nota più, perché diventa trasparente e fa parte del luogo effimero di trasporto. Un lavoro che utilizza invece i software di intelligenza artificiale (per ALIFE elaborato insieme ad un gruppo di ricercatori che studiano le dinamiche complesse, ndr), in pratica imita l'evoluzione dei primi esseri unicellulari fino alla vita come la conosciamo adesso – insomma in continua mutazione.
A Genova abbiamo trovato un terreno più fertile per questo tipo di linguaggio. Anche se si tratta di un lavoro complesso dal punto di vista tecnico. In New Mexico, c'è un istituto di ricerca che studia le dinamiche caotiche, attraverso dei software che riescono a gestire variazioni complesse, come le previsioni metereologiche o le oscillazioni in Borsa. Tutto quello che insomma sfugge a meri calcoli fisici.
Riescono in questo tipo di operazioni attraverso l'uso di simulatori, che apprendono mentre calcolano e quindi riescono a prevedere verosimilmente anche un'evoluzione non matematica. Quello che resta ancora lo stadio più difficile per una macchina è l'apprendimento della realtà circostante. Abbiamo realizzato Unità minima di senso (2002, installazione: biro su carta 1,5 cm x 1km) proprio partendo da questo concetto, seguendo una delle teorie su cui si sta incentrando il lavoro di alcuni ricercatori: dare alla macchina una quantità indefinita d'informazioni, minime unità di senso, per farle acquisire una cognizione del mondo.
Se la macchina, ad una domanda, intreccia in modo veloce tutti i mattoncini di senso che abbiamo distillato al suo interno, allora – con un sistema continuo di vero/falso, vero/falso - riesce a capire e rispondere. Alla fine abbiamo deciso di tirare fuori dalla nostra mente le esperienze più forti che hanno segnato la nostra crescita, ricordi, immagini ricorrenti, descrivendoli su un nastro sottile di carta lungo un chilometro che occupava quasi un'intera stanza della galleria. Il nastro era totalmente aggrovigliato: ricordava esattamente il cervello umano. E lo spettatore, che ne afferrava un pezzo per leggerlo, poi si perdeva nel groviglio e passava ad altre unità, diverse da quella da cui aveva iniziato a leggere. Ci sono voluti circa tre mesi per realizzare questo lavoro. Abbiamo deciso di affidare ad un mezzo fragilissimo ciò che si trovava depositato nelle nostre menti.



Il vostro nuovo studio napoletano è immerso in una strada che pare aggregare naturalmente un numero crescente di artisti, qualcuno l'ha definita la nuova Chelsea partenopea: è casuale? Come vi trovate qui?

Bianco: E' abbastanza casuale.
Valente: Non è casuale, questa è rimasta una delle pochissime zone della città dove il mercato immobiliare è tranquillo. E poi è assolutamente centrale.
Bianco: E' una zona molto bella, E poi scoprire che, persino in questo palazzo e nei dintorni, ci sono altri artisti (Marcello Simeone, Mariangela Levita, il curatore Gigiotto Del Vecchio ndr)…
Valente: Questa zona, i Vergini, in realtà è più recente rispetto al centro storico, risale al Settecento, e nella città antica questa era la zona utilizzata per le sepolture. Il nome deriva da due fratrie greche, una delle quali aveva il voto della castità. Con il vicereame spagnolo, poi, hanno cominciato ad edificare edifici nobiliari molto eleganti, con scalinate e giardini bellissimi. A due passi c'è la Fondazione Morra e voci dicono che anche Raucci e Santamaria apriranno un nuovo spazio in zona.



Oltre ai luoghi, anche le persone che li abitano: in special modo i gruppi musicali partenopei. In Welcome X (1998, video, 2'38'') avete lavorato con i 24 Grana, che hanno composto le musiche originali, e nel 2001, per Mindscape Dwellers (video 2'57'') con i TU'M. Come nascono queste reti e come vi muovete sul territorio con la scena elettronica contemporanea?

Aggiungiamo, anche, nel 2002, una collaborazione per le partiture di Deep Blue Ocean of Emptiness (2002, video) con i Mou,Lips!. Un gruppo di Pescara che fa musica sperimentale. Ci sono anche dei gruppi napoletani che riteniamo molto interessanti. E li abbiamo incontrati fuori, a Pescara, in una manifestazione incentrata sull'arte e sulla musica elettronica (Peam 2003). La musica elettronica ci attira molto e, in un certo senso, anche noi ci cimentiamo a realizzare dei suoni. Fino al 1998 abbiamo realizzato le nostri basi audio utilizzando – e campionando – le frequenze ad onde corte. In realtà catturiamo ancora questi suoni. Captiamo suoni stupendi, come quello di una nave sperduta, in chissà quale oceano, che comunica con un'altra.
Ci sentiamo in questo caso entità piccolissime. Anche quando captiamo messaggi in codice: accade spesso. Su questo, ad esempio, abbiamo realizzato JSR (2000, installazione). Non sappiamo suonare alcuno strumento e oltre alla radio catturiamo i suoni reali, con i quali creiamo armonie di senso. Tornando alle reti con i musicisti contemporanei, nel caso dei Mou,Lips il nostro contatto è nato via email e ormai è come se ci conoscessimo da sempre. Nel caso dei 24 Grana, il lavoro è stato commissionato da un curatore che ci ha messo in relazione perché affascinato dal nostro e dal loro lavoro.
Ci siamo piaciuti a vicenda e, dopo vari incontri, il lavoro è proseguito in maniera separata: noi sulle immagini e loro sul suono. In questo momento comunque è la laptop music che ci affascina: la vediamo come un concerto da mente a mente.



Davanti ad un caffè, in mezzo alle due finestre blu socchiuse, mi invitano ad una visione privata dei loro lavori. Con una premessa: il duo interpreta la forma-video come dei tableau, un'opera che possa essere esattamente guardata come un quadro. Perché sono consapevoli che il video è un mezzo espressivo complesso, che talvolta può richiedere tempo per essere percepito. Il loro obiettivo è produrre lavori la cui comprensione sia giocata su piani multipli, anche se soltanto per una visione di pochi minuti.

Chiedo di iniziare con Welcome X. Particelle di battiti interpretate da colori freddi, che paiono essere nascoste in un utero, oppure viste da una lente del passato, d'improvviso virano sul rosa. E introducono figure umane, riecheggiando – grazie al nitidissimo commento sonoro – l'atmosfera estatica e solare del post-punk o del recente ambient. E' un intervallo breve, che prelude al ritorno di esperienze grafiche. In questo lavoro, che è stato costruito come tutti gli altri in endless loop, è ancora presente la grammatica del ritmo, ed è possibile identificare frammenti di storia.

Deep Blue Ocean of emptiness, con le musiche dei Mou,lips, presentato a Siracusa nella bella Necessary Kids a cura di Salvo Lacagnina, ritrae un interno di un edificio, abbandonato perché pericolante, estratto dalla loro telecamera in maniera surreale: le riprese dal basso riecheggiano una visione attraverso lenti bifocali non calcate all'altezza giusta sul naso, per l'occasione schermate di verde. La sensazione di nuotare in una gelatina, così spessa da sembrare melassa, si infrange sulle pareti scrostate e rosicchiate fino alla calce viva. Ma la potenza delle tre note del refrain, sincopate tanto da sembrare un lontano abbaiare, permette di restare a galla in una curiosa, vigile ipnosi.

Deep in my mind (1997), uno dei loro primi lavori arricchito dal sonoro campionato dalla radio AM, sembra contenere in nuce tutti i caratteri dei lavori degli anni successivi. Viene svelata una scena trance, uno spazio siderale, lisergico quanto sottomarino, che inghiotte la silhouette umana. Gli artisti hanno girato con una videocamera, e una piccola stroboscopica, di notte, in un bosco nei pressi di Ercolano e hanno sentito riecheggiare intorno a loro l'ignoto dello spazio indefinito come un vero buco nero, soprattutto per i passaggi repentini che i loro occhi subivano dalla luce violenta al buio pesto.

Il lavoro di manipolazione delle immagini è quasi tutto eseguito in fase di shooting, come essi hanno dichiarato di preferire, attraverso uso massiccio di lenti e gelatine. Come testimonia Mindscape Dwellers, in cui la grana dell'immagine dona un effetto fotografico puro e un blu degno di una barca con il fondo di vetro.

Ancora una volta, la concatenazione uomo-macchina, occupa una porzione predominante: Slow Brain appare come un sistema di bande di varia profondità di colore verde flou o rosa shocking, priva di titoli e logo, in endless loop, che espone sotto forma di tonalità di colore le azioni che avvengono a diversi livelli della corteccia cerebrale. Gli artisti hanno rappresentato in video alcuni risultati di un esperimento scientifico, che tende a stabilire, in persone che hanno assunto sostanze chimiche psicoattive, il tipo, la durata e l'intensità delle reazioni a degli stimoli esterni che queste sostanze determinano nelle diverse aree della corteccia cerebrale. Apparentemente lo spettatore osserva una linea continua, composta di tanti intervalli di dissoluzione di un tono su o dentro un altro: in realtà assiste inconsapevolmente ad una rappresentazione delle milioni di sinapsi che avvengono organicamente nel cervello. E ancora più attivamente in presenza di sostanze psicoattive – materie in grado di influenzare processi immateriali come il pensiero.

Altered state (2001), è una iperveloce citazione continua di alcuni estratti del diario di Hofmann, lo scopritore dell'LSD, video che è stato presentato nella solo exhibition torinese da Antonella Nicola, mentre Untitled, 1998, fu destinato ad una parete di tufo gigantesca proiettato in un monitor di pochi centimetri e installato attualmente in maniera permanente presso il Palazzo delle Papesse di Siena. Anche qui le incursioni manipolatorie della coppia sulle onde AM ha fatto da cornice ad un'ipotesi visuale appena percettibile: una figura umana che cammina nel giorno pieno, totalmente virato sul rosso.

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Tratto da Cultframe.it giugno 2003

 
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