Bruno Di Marino - Bianco-Valente, l'arte come science-fiction, 2007
 

Il video è leggero per definizione. È un medium fluido, immediato, liquido e al tempo stesso aereo. Nel suo passaggio da analogica a digitale, l’immagine elettronica si è ulteriormente smaterializzata, è divenuta processo algoritmico, pura memoria.

Nel lavoro di Bianco-Valente questo tipo di immagine - sia statica, sia in movimento - coniuga la dimensione naturale con quella mentale, il mondo esterno con l’universo interiore. Viene da chiedersi: è il mondo esterno ad essere rappresentato, deformato, tradotto in pixel e bit, come se fosse una metafora del nostro cervello o, viceversa, è il nostro complesso apparato cerebrale ad espandersi, a filtrare, a condizionare e infine a trasformare la realtà circostante?

Tra circuiti elettronici e sistemi neuronici si crea una fatale sovrapposizione. Ma il primo e più potente dispositivo, ancor prima di quello elettronico, per i due artisti partenopei è proprio il cervello. Molte loro opere, del resto, sono contraddistinte da parole chiave come “brain” o “mind”, da aggettivi come “altered”, “soft” o “deep”, che sottolineano quanto l’abisso corticale in cui invitano l’osservatore ad immergersi, sia soffice ma insondabile, seducente ma pericoloso.

I video e le foto si scambiano spesso e volentieri i titoli, ruotano intorno alle stesse ossessioni che, a distanza di anni - senza che neppure loro se ne rendano conto -, si ripresentano davanti al loro obiettivo lunare trasformate e rigenerate. Per esempio nel secondo frammento di Mind Landscapes (1996) compaiono in subliminale successione volti di bambini che recitano una filastrocca. Si tratta forse della stessa scolaresca “fantasma” che ha popolato cinquant’anni prima l’aula abbandonata di Deep Blue Ocean of Emptiness (2002), scandagliata in piano-sequenza dalla videocamera come se fosse un relitto sottomarino? Non lo sapremo mai. Non lo sanno neppure Bianco-Valente, eppure è affascinante pensare che, col tempo, si sia creato, casualmente, un cortocircuito narrativo e anche mnemonico.

Emozioni, inquietudini, suggestioni di un passato ancestrale, mitico, che i due artisti possono solo immaginare. Magari di un passato totalmente inventato, come se fosse una memoria artificiale installata in un corpo replicante (Blade Runner) o trasferita da una materia grigia all’altra (Strange Days).
È buffo, e forse anche fuorviante, pensare a Bianco-Valente come due esponenti di un’ipotetica “art/science-fiction”. Loro che vivono e lavorano nascosti tra i tetti di Napoli, in un quartiere popolare che più “analogico” non si può. Il loro studio si affaccia su un’immensa cupola barocca. Il loro sguardo affonda invece in un immaginario tanto complesso quanto essenziale, tanto alterato quanto lucido, tanto deforme quanto definito, tanto psichedelico quanto minimale. L’immaginario di Bianco-Valente oscilla tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.

Da un lato le macroimmagini - plotter o stampa fotografica Lambda - come Temporary (2000), Deep Blue Ocean of Emptiness (2002), I Should Learn From You (2003) e Natural Warmness (2004): figure umane che camminano nella natura o sono incorniciate nell’architettura; ombre elettriche che spiccano su sfondi cromaticamente fluorescenti.

Chi si cela dietro queste macchie sfocate? Automi, fantasmi, alieni? A parte rare occasioni, questi esseri nelle foto e nei video non hanno volto, sono entità misteriose che attraversano spazi naturali e urbani, “animali” notturni colti nel momento della fuga, come nel video Deep in My Mind (1997) - in cui le nostre paure più inconsce si materializzano in riverberi luminosi - o, più semplicemente, ripetono il loro gesto automaticamente, all’infinito, come in Cloud System (2004). La videocamera, rasoterra, si apre sinuosa un varco tra campi di grano, alti fili d’erba, prati di margherite, paesaggi lisergici e prismatici, filmati a infrarossi o filtrati in rosso, blu e verde (i tre colori alla base dell’immagine video, che originano il cosiddetto sistema RGB). Ma ultimamente a questi colori primari nell’estetica di Bianco-Valente si sono affiancate altre sfumature: i rosa, gli arancio e i viola.

Dall’altro lato le microimmagini: la piccola proiezione su vetro di Giostrina triste (1996) o il francobollo elettronico Untitled (1998-2000) che spicca sulla parete rocciosa del Palazzo delle Papesse a Siena, in collezione permanente. Ma le dimensioni non riguardano solo il formato delle immagini, bensì anche la grandezza dei soggetti. I due artisti prediligono l’utilizzo di visioni microrganiche, da (ri)animare al suono di battiti, vibrazioni, scariche elettriche. Astrazioni naturali e pulsanti, che replicano la trama instabile del pixel. Entrambe unità minime di senso, vitali le prime, iconiche le seconde.

L’interesse per la scienza biologica e neuronica, si mescola all’attrazione per i processi random, per i cicli naturali, come in Uneuclidean Pattern (2003) dove il simbolo del grano agitato dal vento allude al ciclo vitale, ma l’idea di temporalità e serialità è rafforzata sia dalla linea di scansione che compare nell’immagine, sia dal dispositivo a loop con cui il video è trasmesso.

Alla scienza ortodossa, che si ostina a spiegare i fenomeni naturali esclusivamente attraverso formule matematiche, scomponendo all’occorrenza un problema complesso in sottoproblemi più semplici, Bianco-Valente contrappongono invece la metodologia della simulazione, la scienza che studia la complessità, ricollegandosi direttamente a un sapere scientifico pre-moderno, quando ad esempio l’astrologia - l’arte di mettere in relazione la posizione dei pianeti nel cielo con gli accadimenti terrestri - era considerata una scienza pari all’astronomia.

Certo, le diverse forme in cui s’incarna l’estetica di Bianco-Valente hanno la loro importanza. La modalità di fruizione del loro lavoro cambia radicalmente se ci troviamo di fronte a un video monocanale, a un’installazione o una videopera musicale come Self Organizing Structures (2003) - nato dalla collaborazione con il musicista elettronico Mass, che ha curato la parte sonora di una serie di altre opere recenti - fino ai light box allestiti permanentemente in una stazione della metropolitana di Napoli.
Quest’ultima modalità di esposizione dimostra che in realtà le loro immagini digitali, anche se stampate (e quindi statiche), sono pur sempre cinetiche, poiché fruite da un pubblico in movimento, sulle scale mobili di un museo quotidiano sotterraneo.

La ricerca sugli stati (e strati) mentali e sulle loro progressive variazioni, dovute anche all’assunzione di sostanze chimiche e sintetiche, collega il lavoro di Bianco-Valente a una precisa stagione della sperimentazione audiovisiva: il cinema expanded statunitense degli anni ’50-’60. Penso soprattutto a personaggi come James Whitney e Jordan Belson, che hanno manipolato la luce e i colori per creare astrazioni cinetiche che rappresentassero bene i nostri percorsi psichici e spirituali. Quegli alchimisti analogici partivano però da esperienze personali, vivendo piuttosto isolati e dedicandosi allo studio delle discipline orientali.

Bianco-Valente non fanno uso di sostanze psicotrope (a quanto mi risulta) ma non sono meno coinvolti a livello personale rispetto alle problematiche che affrontano ogni giorno nella loro arte. Per esempio nel 2001 hanno iniziato il progetto RSM, legato ai viaggi e alle influenze astrali, con l’intento di verificare su se stessi la veridicità di un’antichissima teoria astrologica/astronomica, ricodificata negli anni ’70 ad opera dello studioso Ciro Discepolo, che postula dei cicli annuali a cui ogni essere vivente è imprescindibilmente legato e la possibilità, spostandosi sul globo terrestre al rinnovarsi di ogni ciclo, di influenzare gli avvenimenti futuri.
RSM non è stato ancora formalizzato come opera, ma ha già ispirato alcuni loro lavori, come ad esempio Relational Domain (2005), installazione composta da due videoproiezioni ad angolo, allusione al legame sottile che unisce tutte le cose. I viaggi di Bianco-Valente non sono semplici performance intime, private, invisibili al pubblico, bensì una sorta di esercizio spirituale volto a tracciare mappe fisiche e mentali, riflessioni sul rapporto tra luogo e destino. In occasione dei loro compleanni, i due artisti - dopo elaborati calcoli ottenuti per mezzo di un software sul moto dei corpi celesti - raggiungono luoghi precisi del globo terrestre, per ottenere gli influssi astrali desiderati.

Sono viaggi spesso impervi verso luoghi difficili da raggiungere, eppure necessari, non procrastinabili.
La consapevolezza quotidiana di vivere, agire e operare in un dominio relazionale, con la conseguente equivalenza che si stabilisce tra mente e universo, senso e destino, come può non orientare il lavoro (oltre all’anima) dell’artista? Come può non trasformare la sua prospettiva spazio-temporale? Viaggiare in posti non turistici, confrontarsi con realtà diverse dalla nostra, conoscere persone che percepiscono il tempo in modo diverso, tutto ciò muta profondamente anche parametri, modelli e significati della rappresentazione.
Tempo universale (2007) è un’altra videoinstallazione - stavolta articolata in tre proiezioni di grande formato - che tenta di rispondere a quesiti del genere, sotto forma di metafora. La visione in movimento di alberi ripresi dal basso che si stagliano contro il cielo all’imbrunire, è un richiamo al concetto di ramificazione e di corrispondenza tra scrittura celeste ed esperienza terrestre; ma questo lavoro sottolinea ancora una volta quanto l’essere umano sia inglobato in un sistema di relazioni visibili e invisibili: pur vivendo a latitudini diverse, condividiamo lo stesso cielo e tentiamo - attraverso dispositivi come la radio ad onde corte - di condividere anche lo stesso tempo.

I suoni che sentiamo in Tempo universale e che accompagnano questa specie di ossessivo scrutare il cielo alla ricerca di segni e pianeti, sono infatti generati dalle radio a onde corte; un tipo di trasmissione che, grazie alla riflessione ionosferica, è in grado di propagarsi in tutto il mondo. Per restituire quest’idea di simultaneità temporale, Bianco-Valente hanno progettato un dispositivo sonoro, articolato in dieci canali dolby surround, con altrettanti altoparlanti posizionati sul soffitto. L’installazione diviene per lo spettatore il pretesto per compiere un’esperienza di tempo oggettivo globale. Percepire il suono del mondo restando fermo in un solo luogo, non ricorda un po’ l’aleph di cui parla Borges nel suo omonimo racconto? Un punto da cui osservare contemporaneamente tutti i luoghi del pianeta.

Su questa linea si muoveranno anche i futuri lavori di Bianco-Valente. La coscienza di essere avvolti sempre e ovunque da onde elettromagnetiche (naturali e generate dall’uomo), sta spingendo i due artisti a trasformare il loro stesso corpo in una sorta di antenna, per metterlo in risonanza con le forme di energia vaganti nell’universo; allo stesso modo, creando una catena di esseri umani a forma di spirale, è possibile captare emissioni elettromagnetiche naturali provenienti da altri pianeti, come ad esempio Giove.

Dietro ciascuna immagine, dietro ciascun suono di Bianco-Valente, si cela una profonda riflessione scientifica ed un’attenta elaborazione estetica, ma il loro approccio resta sostanzialmente caldo ed è lontano dalle freddezze concettuali: tanto è vero che per poter leggere e comprendere una loro opera non è indispensabile aver accesso alle teorie scientifiche che l’hanno ispirata. È sufficiente la capacità di emozionarsi e di naufragare nel profondo oceano blu della memoria vibrando all’unisono con i suoni dell’universo.
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Tratto da Bianco-Valente, Meu mundo é hoje, ed. VM21 artecontemporanea, Roma, 2007

 
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