Ludovico Pratesi - Intervista a Bianco-Valente, 1999
 

Abitano in un piccolo appartamento affacciato sui vicoli della vecchia Napoli. Lì, con un computer collegato ad una telecamera, Giovanna Bianco e Pino Valente, entrambi trentenni, creano dei video straordinari, che ricostruiscono artificialmente i processi di formazione delle immagini nel cervello umano.
Si chiamano “Mind Landscape”, “Giostrina triste” e “Deep in my mind”, e sono già stati presentati in gallerie e musei di diverse città italiane.
E' una forma d'arte originale e diversa, che si avvicina agli itinerari mentali già esplorati da registi come Wim Wenders in “Fino alla fine del mondo” o Kathryn Bigelow nel suo inquietante “Strange days”.

Abbiamo chiesto a Bianco-Valente di raccontarci come creano le loro opere e quali significati attribuiscono ai loro suggestivi “paesaggi mentali”.



Come nascono le vostre opere?

Siamo affascinati dai processi di attività cerebrale, che permettono ai ricordi di fissarsi nella memoria umana. Partiamo sempre da immagini riprese con la telecamera, immagini elettroniche quindi, che per loro natura sono instabili ed evanescenti, caratteristiche tipiche delle immagini mentali. Il computer poi ci permette di realizzare il montaggio dei video e di controllare ogni singolo fotogramma.



Con queste sequenze costruite la trama dei vostri video?

In realtà non esiste una trama vera e propria, ma una serie di immagini accostate tra loro in maniera apparentemente casuale, ma simile alla formazione dei pensieri nel cervello umano.



Quindi lavorate sulle relazioni tra la mente e il computer?

Sì. Ci sono molte similitudini tra le immagini elettroniche e quelle mentali. Entrambe sono scarsamente definite e transitorie, dunque incomplete, perché scaturiscono da un continuo ricomporsi di codici. Non esiste una narrazione, ma un susseguirsi di tagli netti, di passaggi fluidi e leggeri.



Potete fare un esempio concreto?

Prendiamo un'opera come “Mind Landscape”. Si tratta di un itinerario mentale attraverso l'infanzia, dove si vedono volti di bambini, i nostri compagni di classe delle elementari, montati rapidamente su una colonna sonora martellante, composta da noi. Questo video raffigura l'attività stessa del ricordare attimi molto lontani, e quindi le immagini sono volutamente indistinte.



Lavorate anche con tecniche diverse?

Certamente. Il video “Soft luggage” è stato composto in parte con immagini scaricate da alcuni siti scientifici e poi rielaborate e montate su una base sonora da noi realizzata, per rappresentare la somma di tutte le esperienze vissute, il “bagaglio soffice” che ognuno di noi porta nella sua mente. Recentemente abbiamo riunito in un chip dieci secondi di attività elettronica del nostro cervello, insieme al battito cardiaco e al respiro: questi dati organici sono stati digitalizzati in una memoria elettronica.



Siete i pionieri dell'arte “postorganica”?

Per noi “postorganico” significa liberarsi dei propri confini spazio-temporali che ci impone la condizione fisica del corpo, per scoprire le proprietà della nostra reale essenza immateriale.
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gennaio 1999

 
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