Pierluigi Casolari - Intervista a Bianco-Valente, 2003
 

Pierluigi Casolari: Il vostro lavoro si distingue da quello di molti altri artisti che usano le nuove tecnologie, in quanto rigetta completamente il tono glamour, laccato e patinato dell'immagine digitale, per coglierne, invece la dimensione sgranata, a bassa definizione e sfumata. E' dunque vero quanto afferma Gianni Romano, circa una vostra presunta sensibilità più umanistica che tecnologica?

Bianco-Valente: Il nostro lavoro è incentrato sulla dualità fra il corpo e la mente, una struttura organica di carne, definita e limitata nello spazio e nel tempo, che porta in giro la mente, un fenomeno spontaneo senza confini apparenti, totalmente libero e autoreferenziale.
Ci interessa indagare i confini di questa entità immateriale che abita le circonvoluzioni della corteccia cerebrale, capire dove possiamo individuare un punto di contatto che lega indissolubilmente i due domini.



PC: La tecnologia serve dunque per l'uomo ed è l'uomo a farla funzionare. E' questo il senso di alcune vostre istallazioni in cui si vedono oggetti tipo computer, registratori e altri dispositivi per terra che sembrano inerti ingranaggi metallici?

BV: Da sempre facciamo uso della tecnologia per il nostro lavoro, ma non con l'intento di stabilire una superiorità della macchina rispetto alle capacità umane, piuttosto per definirne i limiti, evidenziare i paradossi che scaturiscono dal suo impiego. Per questo computers o altri dispostivi tecnologici che appaiono in diverse installazioni, sono sempre mostrati nella loro minima essenzialità, poggiano “nudi” sul pavimento.
Quello che ci interessa è sottolineare le relazioni fra il naturale e l'artificiale, come cioè entità artificiali riescano a generare fenomeni che noi percepiamo come naturali: nel caso di “Volatile”, ad esempio, il volo di uno stormo di uccelli, per “Machine is dreaming”, invece, il suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia.



PC: L'uso di inquadrature ristrette e di immagini sgranate farebbero pensare ad una rappresentazione artistica dei fenomeni percettivi e cognitivi dell'uomo, come per esempio la memoria, gli stati allucinatori, l'esperienza corporea. Oltre a questo livello di indagine, vi occupate anche della sfera emotiva?

BV: Non direttamente: l'immaginario ricorrente dei nostri lavori sono i “mindscapes”, visioni distorte e dai colori alterati della natura, quasi a voler fissare sulla tela una sorta di immagine mentale.
La figura umana dai lineamenti incerti, sfocata e priva di definizione, a rappresentare la nostra parte immateriale e, infine, come contrappunto (la dualità fra il corpo e la mente), immagini di cellule organiche riprese al microscopio.
Più che lo stato emotivo ci interessa “l'adattività”, le dinamiche che ogni essere vivente (compreso l'uomo, ovviamente) mette in atto per percepire l'ambiente circostante, interagire con esso ed adattarvisi.
A rendere le cose più interessanti e a spingerci a lavorare anche alle relazioni che legano il naturale all'artificiale, ci sono gli annunci, sempre più frequenti, del prossimo debutto di macchine “intelligenti”, che svilupperebbero in piena autonomia una sorta di stato mentale che gli permetterebbe di interagire con ciò che le circonda.
Se ciò fosse vero, la dualità corpo-mente non sarebbe più relegata soltanto alla sfera organica, ma anche a quella artificiale fatta di semplice metallo, silicio, plastica e stati elettrici.



PC: Nelle vostre opere compaiono spesso rappresentazioni che sembrano prese in prestito dalle analisi molecolari al microscopio, dalle tecniche diagnostiche mediche e dalle nuove applicazioni delle biotecnologie. Tuttavia, non mi sembra che la vostra sia un'esaltazione e glorificazione della scienza. In alcuni vostri lavori (penso per esempio a opere come Mindscape, Deep Blue Ocean of Emptiness) mi sembra, piuttosto, di scorgere la presenza di una dimensione oscura, angosciante e irrazionale qualcosa legato al nostro incoscio più profondo e come tale sfuggente e indefinibile. Condividete questo tipo di lettura?

BV: Siamo convinti che conosciamo molto poco noi stessi, la mente è come un mare vastissimo che navighiamo solo marginalmente, sempre nelle stesse zone, consuete e rassicuranti.
Scendendo in profondità o spingendoci al largo, troveremmo via via la nostra parte evolutivamente più arcaica, gli istinti, le paure ataviche, incontreremmo i mostri che ci inseguono negli incubi, fino ad arrivare al punto in cui la mente è in qualche modo legata al corpo, al cervello.
E' un viaggio metaforico che ci piace immaginare.



PC: Alcune ambientazioni dei vostri video evocano spazi urbani dismessi e abbandonati, personaggi solitari ed emarginati. C'è secondo voi un legame tra certi stati allucinatori e ossessivi della mente e situazione di disagio ed emarginazione sociale?

BV: Non ci interessiamo, con il nostro lavoro, alle dinamiche sociali, esse intervengono (come tutti gli altri fattori legati al vivere quotidiano) solo in maniera indiretta e mediata nelle opere.



PC: Quali sono gli artisti degli ultimi decenni che hanno maggiormente influenzato il vostro lavoro e quali quelli italiani e attuali a cui vi sentite più vicini?

BV: Non ci riconosciamo nella scia o nell'influenza di nessun artista in particolare.
Abbiamo cominciato a lavorare tardi, venivamo da altre storie: Giovanna si è laureata in lingue con una tesi in storia del cinema, Pino ha studiato, senza laurearsi, da geologo.
Ci siamo conosciuti ed è scoppiata la passione, abbiamo cominciato a lavorare, le prime risposte sono state incoraggianti, ed eccoci qua.
La pittura, forse il mezzo più diretto di rappresentare qualcosa che esiste solo nella propria mente, ci affascina molto, e le tele di Francis Bacon in particolare.
Il lavoro di Tom Friedman ci intriga e lo troviamo divertente e, per certi versi, ci piace il lavoro di Gary Hill.



PC
: Ci sono dei film o dei libri che hanno condizionato la vostra sensibilità artistica?

BV: Secondo la teoria che Richard Dawkins ha presentato con il suo libro “Il gene egoista”, noi non siamo altro che delle macchine inconsapevoli al servizio dei geni che compongono il nostro codice genetico. I geni hanno scoperto, all'inizio dell'evoluzione, che unendosi per generare qualcosa di più complesso, potevano procurarsi cibo più facilmente e vivere abbastanza per “proiettare” il proprio codice nelle generazioni future. Hanno trovato nella replicazione esatta del proprio codice una sorta di immortalità.
Noi esseri umani siamo però un po' troppo complessi anche per loro, e forse ora, con la manipolazione genetica, le cose cominceranno a cambiare…
“2001 Odissea nello spazio” di Kubrik è un capolavoro che ci affascina ogni volta che lo vediamo, per come affronta il complesso rapporto fra uomo e macchina intelligente. Se vogliamo, il viaggio verso Europa (il satellite di Giove verso cui è diretta la nave spaziale) è solo metaforico, il vero viaggio è tutto all'interno degli stati mentali del protagonista.



PC: Qual è la funzione dei suoni nelle vostre istallazioni?

BV: Nelle installazioni ambientali il suono è un elemento fondamentale, perché permette di “espandere” il lavoro a tutto l'ambiente. Crea, insieme alla componente visiva, un'aura non direttamente percepibile dai sensi che, se ben strutturata, può rivelarsi una componente magica in grado di dare molta profondità all'opera.
Per i nostri video abbiamo spesso collaborato con musicisti, cominciammo nel 1998 con i 24Grana, a seguire abbiamo realizzato dei lavori ad otto e più mani con i Tu m', i Mou, lips! e ultimamente stiamo progettando una performance audiovisiva per il RomaEuropa festival 2003 con Mass, un sound designer le cui musiche sono diventate una sorta di colonna sonora di quest'ultimo periodo della nostra esistenza.



PC: Avete nel cassetto qualche progetto per il futuro?

BV: Nel 2004 dovremmo finalmente riuscire a vedere installato il nostro lavoro sulla vita artificiale nella stazione De Ferrari della metropolitana di Genova.
Una simulazione di vita artificiale progettata per andare avanti all'infinito, di cui gli utenti abituali della stazione potranno vederne l'evoluzione giorno dopo giorno, come uno specchio della propria evoluzione personale.
Abbiamo poi ideato due installazioni sull'interazione di entità artificiali intelligenti che comunicano fra loro verbalmente, sono dei lavori veramente complessi e ci vorrà molto tempo e diverse collaborazioni per portarli a termine.
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Luglio 2003

 
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