Aste & Nodi in conversazione con Bianco-Valente, 2016

Bianco-Valente: Pur essendo Aste & Nodi un gruppo di lavoro composto da architetti e urbanisti, abbiamo notato che i progetti che avete sviluppato da diversi anni a questa parte hanno approcci e modalità operative che per molti versi convergono, e a tratti sembrano sovrapporsi, a quelle che noi, da artisti, mettiamo in campo per la realizzazione di progetti di arte pubblica, in particolare quelli che prevedono il coinvolgimento delle comunità nelle quali ci troviamo a operare.

Aste & Nodi: Questa è una domanda che avremmo voluto fare a voi. Scherzi a parte, non siamo solo architetti e urbanisti ma anche sociologi, esperti di storia dell’arte, designer... La prima cosa che abbiamo capito nel lavorare insieme è stata la necessità di superare i confini delle nostre competenze, non essere multidisciplinari o interdisciplinari ma, come ci piace definirci, essere indisciplinati. Mettere da parte i confini e lavorare sui punti di incontro. Non ci è mai capitato di fare un lavoro in cui influisse veramente il bagaglio accademico di qualcuno. Ci piace pensare che stiamo cogliendo una sfida del nostro tempo, sperimentando una nostra strada.
In un tempo in cui all’ampliamento sterminato della conoscenza prodotta si fa spesso corrispondere una sempre più frastagliata segmentazione e specializzazione del sapere, noi cerchiamo, in maniera un po’ controcorrente, di mettere insieme le nostre conoscenze, di attingere da diversi campi e di non restare nei recinti ma di navigare nell’enorme mare di informazioni, consci che ci sarà impossibile conoscerlo tutto, ma entusiasti di affrontare la prossima onda. I risultati sono progetti trasversali, difficilmente etichettabili, dai confini sfumati e con molte possibilità di approfondimento.
Ovviamente l’arte, come approccio e come tecnica, è una cosa che ci siamo trovati diverse volte a maneggiare. Probabilmente perché è una competenza che non appartiene a nessuno di noi e quindi si presta come terreno di sperimentazione alla pari. Ma forse l’arte ci consente, in alcuni casi, di non dover dare spiegazioni, di non dover avere le prove scientifiche dell’esattezza delle previsioni, i dati statistici, le misure esatte. Lavorare con l’arte ci ha permesso di lavorare con l’indeterminatezza, con l’inesattezza, con le sensazioni e con l’intuizione; ci ha permesso, in un’epoca così instabile, di giocare con le carte a nostra disposizione e provare a dire la nostra.



B-V: Un’altra particolarità che ci accomuna è quella di operare spesso in piccole comunità delle aree interne del nostro Paese, luoghi che a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso sembrano essere destinati a un inevitabile svuotamento. Cosa vi spinge ad agire in queste aree?

A&N: Per noi i piccoli centri e le aree interne hanno rappresentato da subito un‘interessante area di studio, perché se da un lato le nostre città si vanno sempre più saturando e dobbiamo affrontare tematiche a scala urbana che ci parlano di densità e nuovi modi di abitare, da un altro punto di vista, come è facile immaginare, i piccoli centri e i territori periferici si svuotano. Per motivi economici i servizi offerti ai cittadini si indeboliscono, i numeri non permettono di mantenere sistemi di trasporto pubblico, offerte culturali e altre attività come nel passato, quando ingenti finanziamenti pubblici e numeri di abitanti diversi permettevano un determinato stile di vita. Partendo da quest’analisi, i piccoli centri hanno rappresentato per noi un laboratorio ideale dove sperimentare ma soprattutto dove apprendere. Apprendere dalle pratiche di condivisione che caratterizzano alcune economie rurali e che molto spesso vengono traslate a grande scala, basti pensare ad esempio all’autoproduzione e all’autosufficienza alimentare, tematiche di cui si discute su scala globale e che nei territori rurali sono pratiche comuni. Lavorare nei piccoli centri significa da un lato apprendere dal sapere collettivo locale, innestando nuove conoscenze e nuove competenze, e dall’altro affrontare le tematiche urbane contemporanee da un altro punto di vista.


B-V: La peculiarità dell’Associazione Vincenzo De Luca è quella di non chiedere alcun finanziamento pubblico per le proprie attività, infatti tutte le opere e i laboratori di A Cielo Aperto sono stati prodotti unicamente con i fondi ricavati dalle quote annuali dei soci. La continuità di questo budget, seppur non paragonabile a quello delle grandi produzioni, ci ha permesso ogni anno di invitare uno o due artisti per questo progetto che co-curiamo con Pasquale Campanella. Il motivo per cui l’Associazione non vuole utilizzare soldi pubblici è per evitare sudditanze politiche o elargizioni di fondi a singhiozzo che potrebbero interrompere la continuità del progetto. Voi cosa ne pensate, basereste un vostro progetto a lungo termine unicamente sui fondi pubblici?

A&N: Nella nostra esperienza abbiamo lavorato e realizzato progetti a diversa scala, dai progetti autofinanziati o low budget con investimenti privati o pubblici fino a progetti con grandi finanziamenti pubblici, possiamo dire di aver lavorato e duramente a progetti sia con un budget prossimo allo zero sia fino al milione di euro. La tematica del finanziamento non si può banalizzare e forse neanche generalizzare, ogni progetto ha una storia a sé e su determinati territori ad esempio, per azioni a grande scala, i finanziamenti pubblici sono indispensabili. Forse uno dei problemi che possiamo rintracciare nella maniera di finanziare i grandi progetti è che l’iter amministrativo e burocratico per realizzarli risucchia molte energie, forse troppe. Per questo siamo convinti che il sistema di finanziamenti pubblici, quando sono diretti a gruppi, associazioni, cooperative, che lavorano con pratiche innovative sui territori, dovrebbero essere basati sulla fiducia e sui risultati del progetto, concedendo maggiore autonomia nella gestione economica. Ripensare gli strumenti di finanziamento e le regolamentazioni che li disciplinano è un passo fondamentale se gli amministratori vogliono investire nell’innovazione dei territori periferici. Bisogna individuare un modello che tuteli la qualità dei progetti e garantisca la spesa, ma che allo stesso tempo permetta agli attuatori una maggiore libertà di movimento.



B-V: Commentando gli eventi a cui assistiamo o di cui leggiamo le recensioni sulle riviste, in particolare quando cerchiamo di inquadrare le opere presenti in una mostra con quello che si legge sul comunicato stampa, utilizziamo spesso (e in maniera impropria) il verbo “spostare”. Ci chiediamo “in fondo questo artista cosa ha ‘spostato’?” Oppure, per fare un complimento, diciamo “quell’artista ha veramente ‘spostato’!”.
Per noi il termine “spostare” significa fare qualcosa che modifica per sempre, anche se di poco, la percezione che gli altri hanno dell’arte. Un po’ come nel salto in lungo, quando un atleta per la prima volta supera un record precedente e tutti da quel momento dovranno riferirsi alla nuova misura imposta a livello mondiale, con la differenza che nell’arte non esistono metri di misura che valgono per tutti, e tutto è sempre fascinosamente incerto.
Tornando al nostro dialogo, secondo voi cosa abbiamo “spostato” con i nostri rispettivi progetti sviluppati a Latronico e nelle altre comunità dove voi avete operato, ammesso che abbiamo veramente “spostato” qualcosa?

A&N: Spostare è un bel termine per indicare il “cambiamento”, la forte connotazione fisica – il mutamento di luogo che implica – interpreta benissimo le variabili con cui ha a che fare chi si occupa di processi urbani e più in generale territoriali.
In fondo, il nostro approccio è sempre stato molto orientato all’esistente; a tentare di individuare potenzialità e opportunità dei contesti in cui abbiamo lavorato, interpretando il nostro ruolo come quello di “facilitatori” che provano a ricombinare le carte in tavola, a “spostare” in qualche modo i fattori in gioco per creare una nuova narrazione o innescare nuovi processi.
Negli ormai otto anni di lavoro sul campo, possiamo dire di aver spostato delle cose, alcune decisamente materiali, altre meno.

- Abbiamo spostato persone
Il nostro obiettivo, affrontando il tema dello spopolamento delle aree interne del nostro Paese, non è mai stato quello di fare in modo che chi se ne era andato, tornasse o chi aspirava a farlo scegliesse di rimanere. Non volevamo invertire i flussi, dunque, ma crearne di nuovi. Con il workshop estivo “Porta le tue idee in vacanze”, ad esempio, abbiamo provato a costruire un’occasione che portasse in Cilento nuovi abitanti (anche se temporanei), giovani e altamente formati, in gran parte simili a quelli che avevano scelto di andare via. Circa trecentocinquanta studenti in sei anni hanno trascorso un pezzo della loro estate a immaginare possibili scenari di sviluppo per un piccolo comune dell’entroterra cilentano. Con nomicosecittà, per dirne ancora una, abbiamo “spostato” in giro per la città centinaia di passeggiatori che hanno avuto occasione di guardare la loro città da punti di vista inusuali, ma anche un po’ di modificarla creando geografie e connessioni inattese.

- Abbiamo spostato asticelle (verso l’alto)
Avere a che fare con l’esistente, si diceva prima, e creare occasioni. Non solo occasioni che debbano essere colte da altri, con i nostri progetti abbiamo sempre tentato di costituirci noi stessi come motivo per i territori in cui ci trovavamo a lavorare per rileggersi da un punto di vista diverso. La narrazione di un luogo, infatti, influisce in modo decisivo sulle prospettive di rigenerazione che quello stesso luogo riesce a cogliere. In diversi contesti abbiamo interpretato il nostro ruolo come quello di “agenti” che attraverso la loro azione tentano di innescare processi di ridefinizione della visione collettiva e dunque anche delle possibilità che il contesto stesso è in grado di perseguire. Porta Capuana, a Napoli, è uno di questi, un luogo in cui sono nate e continuano a nascere iniziative e progetti promossi da attori diversi ma in cui possiamo dire di aver contribuito ad “accendere la miccia” del cambiamento.
Ci siamo spostati anche noi, continuiamo progressivamente a modificare il nostro approccio sulla base delle esperienze e degli errori che facciamo e – certamente – avremmo voluto spostare più persone e più asticelle (verso l’alto) insieme a tutte le altre cose che non siamo riusciti a “mettere in altri luoghi”.
A questo punto però vorremmo fare noi qualche domanda.
Per esempio, abbiamo notato che i vostri progetti hanno un grande impatto territoriale. Vi capita spesso di lavorare con le persone, di interagire con piccole comunità in un dialogo a “bassa intensità” fatto di una comunicazione costante e senza clamore. Spesso, sembra che il prodotto-opera passi in secondo piano da un punto di vista formale, privilegiando come esito il cambiamento prodotto tra le parti. Questo è un punto in comune che vediamo con il nostro lavoro, con la differenza che noi facciamo molta più fatica a comunicarlo. Ci dite il vostro segreto?

B-V: Non crediamo ci siano segreti veri e propri ed è vero che la comunicazione richiede grandi energie e molte attenzioni, bisogna innanzitutto documentare bene le cose che si fanno, inizia tutto da lì.
Gli altri elementi da tenere in grande considerazione sono la continuità, la sincerità di fondo, l’uso non patologico/ossessivo dei social media e delle mailing list. Anche i rapporti interpersonali sono molto importanti e valgono esattamente le stesse regole, in particolare l’essere sinceri, sempre.



A&N: Nel nostro lavoro la dimensione di “valutazione dell’impatto” è molto importante; soprattutto, ci viene richiesto di essere in grado di dimostrare che quello che facciamo è in grado di produrre un qualche tipo di cambiamento atteso. Dalla pratica artistica, al contrario, non ci si aspetta questo, almeno in modo esplicito. Quasi come se si trattasse di una cosa più “effimera”. Voi in che cosa ricercate il cambiamento che volete produrre (se lo volete)? E come fate a “valutarlo”?
Ci insegnate a far capire agli altri il valore di questo lavoro?

B-V: Il cambiamento principale avviene dentro le persone ed è a livello di consapevolezza, in particolare questo vale per i giovani e i giovanissimi. E diciamoci la verità, non esistono metodi per misurare questi cambiamenti che si celano nella psiche e nel comportamento delle persone in tempi rapidi e con una sorta di restituzione scientifica dei dati.
Sul lungo periodo invece, il cambiamento si vede, eccome. Possiamo citarvi l’esempio di Come il vento, sviluppato a Bsharri in Libano nel 2013, dove quasi tutti i ragazzi coinvolti nel progetto hanno poi scelto un campo di studi legato all’arte e all’architettura. Recentemente alcuni di loro hanno dovuto spiegare i motivi per cui chiedevano di partecipare a una residenza artistica in Italia, ed essi hanno sottolineato quanto sia stato formativo il loro coinvolgimento nel progetto di Bsharri. Anche nel caso di A Cielo Aperto, il tratto distintivo è la diversa consapevolezza delle persone coinvolte negli interventi dei vari artisti e ci accorgiamo che chi ha partecipato ai laboratori o ha collaborato con gli artisti ha perso la tipica reverenzialità per l’arte contemporanea e l’ossessione di voler “capire” l’opera a tutti i costi, anzi, dopo tanti anni e tante esperienze diverse, ha compreso bene i meccanismi che può mettere in atto un artista per realizzare un’opera ambientale o una performance. Ovviamente tutto questo ha anche una ricaduta sulla socialità, con un maggior numero di persone che sviluppano una propensione alla partecipazione e alla condivisione.
Considerate che a Latronico nessuna delle opere installate all’aperto ha mai subito atti di vandalismo, un motivo ci sarà, no?



A&N: Spesso le vostre opere sono esposte nello spazio pubblico o comunque in un modo in cui viene evidenziato il legame con la città. Questa è una scelta che dipende dalla vostra idea di fruibilità dell’arte o c’è dell’altro?

B-V: È vero, rispetto al passato realizziamo molte più opere di arte ambientale, la cui ideazione si sviluppa relazionandoci di volta in volta con la storia, il paesaggio e/o la comunità del luogo in cui ci invitano a intervenire. Esporre nello spazio pubblico per noi è più gratificante perché ci dà la possibilità di confrontarci con un pubblico molto più vasto rispetto a quello che abitualmente frequenta i musei e le gallerie e anche perché il nostro desiderio è quello di andare oltre l’autoreferenzialità e l’omologazione che spesso affliggono questi ambienti. Anche il progetto A Cielo Aperto, che dal 2009 ha visto diversi artisti relazionarsi con il territorio e i suoi abitanti, si basa sull’idea che le persone possano interagire quotidianamente e senza alcun filtro con le opere installate in vari punti del paese.