Il mare non bagna Napoli, di Giovanna Bianco (n. 1962) e Pino Valente (n. 1967), è costituita da una fila di parole in lettere maiuscole, forgiate in ferro e dipinte di bianco, installata al bordo della terrazza panoramica del Museo Madre.(1) La terrazza offre una vista panoramica sul quartiere circostante di San Lorenzo, con il Vesuvio all'orizzonte e il mare appena visibile in lontananza. Da questa posizione privilegiata, i visitatori riconoscono gli edifici più importanti del centro storico: a destra, la chiesa medievale di Santa Maria Donnaregina con la sua cupola barocca; dietro di essa, il corpo longitudinale del duomo, dalla facciata all'abside, e la cupola della cappella di San Gennaro; a sinistra, la cupola della chiesa dei Santissimi Apostoli e il suo campanile; e più oltre, la cupola e il lanternino della chiesa di Sant'Agostino alla Zecca.
Lo skyline stesso è un palinsesto in cui questi edifici storici compaiono tra strutture moderne, sovrapposizioni architettoniche e antenne televisive.

Bianco-Valente, Il mare non bagna Napoli, 2015, Installazione ambientale, Collezione permanente del Museo Madre, Napoli
Le parole che compongono l'installazione sono tratte dal titolo del libro di Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli, pubblicato nel 1953 e che suscitò immediatamente un acceso dibattito.(2)
La raccolta di racconti e reportage di Ortese ritrae le difficoltà e le sofferenze della Napoli del dopoguerra in uno stile che, come la stessa Ortese lo descrisse molti anni dopo, "ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nell'allucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di 'troppo'."(3)
I personaggi di Ortese (non solo i poveri, ma anche borghesi, aristocratici e intellettuali) vivono in condizioni soffocanti, immersi nella miseria umana, senza trovare alcuna via d'uscita.
Il titolo paradossale, tratto da una frase di uno dei racconti del libro, nega al mare la funzione di possibilità o sollievo, di apertura o orizzonte. I racconti di Ortese sono peripatetici quanto la sua vita: ci conducono attraverso vicoli, cortili e viali, offrendo una sorta di ritratto urbano, dal centro alla periferia fino alla "città involontaria", come lei chiama le comunità di sfollati che, dopo la guerra, vivevano nei granili settecenteschi. "Rileggendo oggi quelle pagine si resta meravigliati di quanto esse siano attuali", osservano Bianco e Valente, "in particolare quando descrivono le dinamiche sociali che animano la città e che vedono il totale scollamento fra le istituzioni, gli intellettuali e un'ampia parte della popolazione che è ancora relegata ad una economia di sussistenza. Abitiamo tutti gli stessi luoghi, ma su piani completamente diversi, che solo occasionalmente sembrano intersecarsi."(4)
L'idea di una Napoli senza il mare, che ai tempi di Ortese costituiva una provocazione, è stata sempre più indagata dalla critica e dagli studi contemporanei, e diversi lavori hanno discusso il complesso rapporto tra il porto e la città a partire dalla fine dell'Ottocento, poiché lo sviluppo dell'area portuale ne determinò la separazione dal resto del tessuto urbano.(5)
Unendo il tessuto urbano a una linea di testo, Bianco-Valente propongono una veduta fatta della città stessa, una veduta, tuttavia, contraddittoria e incompiuta, sempre in via di rifacimento. Utilizzando la città come medium e una linea di testo come principio organizzativo compositivo, l'opera rimette in scena elementi della tradizione della veduta: il formato orizzontale, lo sguardo dominante dall'alto, e l'unione di città, cielo e mare. Ma il gioco linguistico della frase "Il mare non bagna Napoli" sottrae l'elemento chiave della dimensione marina: il mare. L'installazione di Bianco-Valente ruota infatti attorno a una contraddizione spiazzante: nega nel linguaggio quel mare che è invece visibile dal punto di vista della terrazza del Museo Madre. Questa contraddizione disorienta immediatamente lo spettatore, richiamando in termini visivi l'esperienza di disorientamento che la scrittura stessa di Ortese provoca.
(La stessa Ortese intitolò la prefazione all'edizione del 1994 del libro "Il 'mare' come disorientamento"). Utilizzando come medium il tessuto fisico di Napoli, colto dal punto di vista reale del visitatore e fisicamente presente con le sue cupole alte e i suoi vicoli stretti, dove non arrivano né il sole né la salubre brezza marina, l'opera spinge lo spettatore a considerare la città in modo più critico.
Per Bianco-Valente (gli unici artisti, tra quelli qui discussi, che vivono effettivamente a Napoli) la città è complessa, problematica e irrisolta. Il mare non bagna Napoli consiste nell'opera stessa, ma anche nella pratica della sua cura. Ogni anno gli artisti ridipingono le parole in ferro, inevitabilmente logorate dall'esposizione agli agenti atmosferici, una pratica in netto contrasto con il generale abbandono del patrimonio culturale cittadino da parte delle istituzioni locali e nazionali, come rivela la vista dalla terrazza.
Veduta e città reimmaginata
Insieme, Untitled di Jannis Kounellis, Naples Procession di William Kentridge, Passages di Michal Rovner e Il mare non bagna Napoli di Bianco-Valente rappresentano modalità diverse con cui l'arte pubblica site-specific a Napoli, negli ultimi trentacinque anni, si è confrontata con la tradizione pittorica della veduta e con l'immagine stessa della città. Attingendo e al contempo smontando gli elementi formali, mediali e iconografici della tradizione della pittura marina, dalla linea dell'orizzonte al punto di vista elevato, queste opere aprono il genere a una varietà di medium quali oggetti e materiali trovati, mosaico, video, linguaggio e l'ambiente costruito e naturale stesso. Inoltre, sebbene tutte queste opere rappresentino Napoli come città portuale definita dall'incontro tra terra e mare, esse offrono visioni diverse dell'identità della città, visioni plasmate non solo dalla poetica visiva e materiale degli artisti, ma anche dai contesti storici in cui le opere furono commissionate. Mentre l'installazione di Kounellis risale a un periodo in cui Napoli stava ancora facendo i conti con la distruzione del proprio patrimonio edilizio causata dal terremoto del 1980, le altre opere sono state realizzate nel pieno della contraddittoria rinascita della città, insieme rivitalizzata e minacciata dal turismo di massa.
Kounellis presentò Napoli come un luogo in cui elementi umani e naturali (giare, acqua di mare e sangue) e modernità (acciaio e carbone) coesistono su piani diversi, sviluppando un tema che attraversava il movimento dell'Arte Povera, e forse rafforzando (seppure involontariamente) l'immagine della presunta anti-modernità di Napoli. Venticinque anni dopo, Rovner ha immaginato Napoli come un'accogliente meta da Grand Tour, da esplorare e godere, anche se i suoi dettagli restano sfuggenti e ambigui. Non è un caso che l'opera sia stata concepita come parte della nuova area del "porto monumentale", un punto d'ingresso per cittadini e turisti verso una città prospera e riconciliata, fiera del proprio passato e collegata al resto del mondo attraverso il mare.
Le rappresentazioni della città di Bianco-Valente e di Kentridge, invece, offrono visioni complesse in cui forze contrastanti plasmano e animano un palinsesto stratificato, in cui la storia di Napoli resta un'eredità da affrontare e interrogare. Qui, il ruolo dell'artista è rendere visibili le contraddizioni, fino al punto di negare la presenza stessa del mare. In questo modo, essi rivelano la città come un luogo in cui, come osserva Chambers, si "vive la vita urbana come un problema, come un'interrogazione, come una provocazione"(6) — un luogo che ci offre nuovi percorsi per organizzare lo spazio urbano, produrre cultura e animare le dinamiche sociali, contestando l'idea di una modernità unica e omogenea, e turbando il sereno orizzonte della sua rappresentazione.
Note:
1) Giovanna Bianco e Pino Valente, Il mare non bagna Napoli, 2015, ferro e vernice, Napoli, Museo Madre, opera concessa in comodato a lungo termine dagli artisti, acquisita nel 2022.
2) Il libro fu pubblicato nel 1953 dalla casa editrice Einaudi, all'interno della collana curata da Elio Vittorini. Sulla controversa ricezione dell'opera, si veda Lucia Re, "Invisible Sea: Anna Maria Ortese's Il mare non bagna Napoli", in California Italian Studies, vol. 3, n. 1 (2012), 1–18.
3) Dalla prefazione scritta da Ortese per l'edizione del 1994 del libro, Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli (Milano: Adelphi [1953] 1994), 9–10: "...ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nell'allucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di 'troppo'..."
4) Dalla dichiarazione degli artisti pubblicata sul loro sito web, www.bianco-valente.com: "Rileggendo oggi quelle pagine si resta meravigliati di quanto esse siano attuali, in particolare quando descrivono le dinamiche sociali che animano la città e che vedono il totale scollamento fra le istituzioni, gli intellettuali e un'ampia parte della popolazione che è ancora relegata ad una economia di sussistenza. Abitiamo tutti gli stessi luoghi, ma su piani completamente diversi, che solo occasionalmente sembrano intersecarsi."
5) Oltre al già citato Stefania Palmentieri e Barbara Delle Donne, "La trasformazione del fronte marittimo di Napoli negli ultimi tre secoli", si veda anche Annamaria Frallicciardi e Antonella Cuccurullo in Massimo Clemente, a cura di, Il mare e la città metropolitana di Napoli, 219–234. Chambers osservò che "il mare resta un accessorio, un'appendice da cui un tempo arrivava il pesce e verso cui oggi viene scaricato il refluo urbano", Mediterranean Crossing: The Politics of an Interrupted Modernity, 84.
6) Iain Chambers, Mediterranean Crossing: The Politics of an Interrupted Modernity, 80.
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Tratto da: Una nuova interpretazione della veduta napoletana nella città del 20° e 21° secolo ('Reimagining the Neapolitan Veduta in the 20th and 21st Century City'), TETI Journal n°2 / 2025 Hybrid Marines (articolo originale in lingua inglese)