Brunella Velardi
Brunella Velardi, intervista a Bianco-Valente, 2025

Osservando la grande superficie musiva di Land Code, installata in una sala angolare dell’antico Carcere alto di Castel Sant’Elmo tra le opere del Novecento napoletano, si ha l’impressione che due imponenti onde temporali – l’antichità e l’attualità – si siano incontrate e infrante, cristallizzandosi nella miriade di tessere lapidee che compongono una visione al tempo stesso familiare e anomala. Per tentare di decifrarla, come per certi versi lo stesso titolo invita a fare, occorre anzitutto soffermarsi sugli elementi di cui si compone.
Il concetto di codice ricorre in alcuni lavori di Bianco-Valente, come d’altra parte quello, affine, di scrittura. È il principio di una narrazione che inizia con la voce dell’artista per arricchirsi strada facendo di voci altre, dando luogo a progetti collettivo-performativi e installativi in cui le componenti umana, relazionale, naturale e tecnologica si intrecciano in esiti sempre al confine tra definizioni e categorie contigue.

Bianco-Valente, Land Code, mosaico, Castel Sant'Elmo, Napoli, 2024

Lo spazio, all’interno di questo racconto, si connota come il luogo in cui le cose accadono e si fissano: diviene paesaggio, contesto (land, appunto). Nel nostro caso, la scelta di confrontarsi con la superficie architettonica accomuna Land Code a lavori come The Effort to Recompose my Complexity, Costellazione di me o Come il vento, di cui un possibile filo conduttore sembra essere la considerazione della parete come palinsesto e mai come tela, su cui, in modi differenti, si compongono frammenti di diversa natura per provare a ricostituire parti di un’unità perduta.
Permane, in fondo, un’idea di ‘sistema’ che è innegabilmente alla base dell’impresa musiva ma rimanda anche a un immaginario profondamente contemporaneo, permeato dal linguaggio verbale e visivo del digitale.
Infine, la matericità delle tessere lapidee si contrappone all’intangibilità dell’elemento virtuale comunemente collegato al QR code, di cui rimane qui solo una sorta di impronta in movimento, una scia.
Nel dialogo che segue, proviamo con gli artisti a mettere a fuoco questi aspetti, seguendo il lavoro che ha portato al progetto realizzato per Sant’Elmo e tracciando continuità e discontinuità con il loro percorso di ricerca.



Brunella Velardi Il grande mosaico in tessere bianche e nere di Land Code, che slitta sulle pareti del Museo Novecento a Napoli a Castel Sant’Elmo, è l'esito di una 'ricerca archeologica' che è relativamente recente nel vostro percorso e si inaugura con l’omonima installazione open-air Land Code, realizzata a Candela in Puglia nel 2015, per poi essere ripresa solo negli ultimi anni. Come nasce questo interesse per gli apparati musivi e per le testimonianze dell’antichità?

Bianco-Valente Tutto parte da una suggestione avuta diversi anni fa, in occasione di un viaggio alle Isole Azzorre, dove a Horta restammo incantati nel vedere interi marciapiedi decorati con dei bellissimi mosaici. La cosa che più ci aveva colpito era l’intreccio tra la pietra locale, lavica, formatasi in seguito a un’eruzione vulcanica, e quella calcarea, importata dalla terraferma, a creare un’armonia perfetta.
Da qui ci venne l’idea, dopo qualche tempo, di realizzare un mosaico per il progetto da sviluppare in Puglia. Proponemmo un QR Code di grandi dimensioni da allestire sul tracciato dell’antico tratturo, un tempo utilizzato per la transumanza delle greggi. In quell’occasione impiegammo pietre bianche e nere di dimensioni simili ai sampietrini visti a Horta, più grandi delle piccole tessere utilizzate per le decorazioni musive.

Bianco-Valente, Land Code, Daunia Land Art, Candela, 2015

Brunella Velardi Recentemente avete inaugurato a Ercolano Connecting Code, progetto sfociato in una serie di lavori nello spazio urbano, tra cui alcuni mosaici. Lì è presente l'elemento figurativo, qui prevale un’astrazione che scompagina anche ogni possibile riferimento alle decorazioni musive a motivi geometrici. In che modo la tecnica scelta è funzionale a due differenti linguaggi estetici?

Bianco-Valente Lo sviluppo di Connecting Code, il progetto realizzato a Ercolano, è durato un anno e, oltre agli incontri e ai laboratori con i cittadini, ci siamo dedicati all’esplorazione e alla conoscenza del territorio, partendo dagli scavi archeologici, dove abbiamo avuto modo di ammirare in più momenti gli splendidi mosaici con toccanti scene di natura o eleganti composizioni geometriche, usati per decorare i pavimenti e le pareti della città antica.
Un ex voto realizzato con tanti nodi, di quelli usati in marineria, visto nella sede di un’associazione religiosa di devoti alla Madonna Dell’Arco, ci ha spinto a pensare che il tema del nodo poteva essere un tramite significativo per mettere in luce il forte legame che gli ercolanesi sentono per il proprio territorio. Il tutto è sfociato in una performance collettiva, in cui due persone per volta annodano due corde utilizzando ognuno una sola mano, a simboleggiare il disagio ma anche le grandi opportunità che si possono cogliere imparando a lavorare insieme. Sei disegni che ritraggono queste performance sono stati incisi su delle lastre di marmo, inserite poi sul parapetto che si affaccia sul Parco Archeologico. Per l’area del mercato, invece, abbiamo realizzato un mosaico raffigurante un grande nodo in cui si intrecciano molte corde. Oltre alle consuete tessere in marmo, l’opera è arricchita con diverse tessere in porcellana ricavate da oggetti di uso quotidiano (vasi, tazzine, piatti etc.) chieste in dono alle famiglie ercolanesi, che diventano così parte di questa rappresentazione che esprime simbolicamente il legame fra le persone e il luogo in cui vivono. L’ultima opera, un mosaico rappresentante un QR Code funzionante, è metaforicamente anch’esso un nodo, la soglia fra la vita reale su cui si affaccia e l’immaterialità del sito web a cui si collega, dove abbiamo raccontato con testi e immagini l’intero sviluppo del progetto.
Quest’ultimo mosaico condivide con l’opera progettata per Castel Sant’Elmo la nostra intenzione di mettere a confronto una tecnica antica, basata sull’impiego di un elemento materico come la pietra, con un dominio immateriale, contemporaneo, di pura astrazione.


Bianco-Valente, Con tatto, Ercolano, 2024


Brunella Velardi Land Code si inserisce, dal punto di vista della tipologia, nella lunga serie di installazioni che avete realizzato nel vostro percorso. Qual è il rapporto che vi interessa stabilire con gli spazi con cui vi confrontate?

Bianco-Valente Progettiamo i nostri interventi contestualizzandoli agli spazi che li accoglieranno, per noi non ha grande rilevanza la dimensione in senso assoluto, purché essa sia connaturata allo spazio. Infatti, anche un’opera di piccole dimensioni o del tutto priva di materia, come un atto performativo, può stimolare una profonda interazione con chi la vive o la percepisce, ed è esattamente questo, per noi, l’aspetto pregnante che dovrebbe caratterizzare ogni intervento artistico.
L’opera per Castel Sant’Elmo era stata progettata per una parete esterna di Piazza d’Armi, dove i visitatori avrebbero potuto percepirla includendo nello sguardo anche il mare.
Per la nuova collocazione in una sala interna, abbiamo preferito non allestirla su una sola parete, ma creare un’illusione di movimento, estendendo l’opera in maniera asimmetrica su due pareti, conferendole così una maggiore dinamicità.


Bianco-Valente, Land Code, backstage del mosaico, Castel Sant'Elmo, 2024


Brunella Velardi Pensando all’interesse verso l’immagine elettronica nel vostro lavoro vengono in mente alcune tra le vostre prime opere, come Slow Brain o JSR. Cosa rivelava allora, e cosa oggi, l’estetica digitale?

Bianco-Valente All’inizio della nostra ricerca eravamo interessati a indagare le dinamiche cerebrali, tentando di metterle in scena attraverso immagini statiche o in movimento, tipicamente indefinite, volatili e a bassa risoluzione, caratteristiche proprie delle immagini mentali.
Pur utilizzando i mezzi elettronici disponibili in quel periodo, il nostro obiettivo non era quello di perseguire una mera “estetica digitale”, ma tentare di dare corpo allo scenario immaginifico che animava la nostra corteccia cerebrale.



Brunella Velardi Nel 2001, in occasione della mostra Napoli Anno Zero. Qui e ora, avevate presentato Volatile, installazione luminosa che dialogava con le volte tufacee di Castel Sant’Elmo simulando il volo coordinato di uno stormo a partire da input informatici. C’è per voi una linea di continuità tra i lavori di quel periodo e le ricerche che state portando avanti ora?

Bianco-Valente Volatile è un’installazione computer based realizzata in un periodo in cui eravamo interessati a sondare il funzionamento di una mente artificiale, mettendola a confronto con le leggi di natura, emerse da milioni di anni di evoluzione biologica.
Avevamo programmato un computer impostando le stesse tre semplici regole seguite in natura da alcune specie di uccelli, quando formano degli stormi. Tentando di mettere in scena quelle ‘coreografie’ a cui assistiamo quando li vediamo volteggiare nel cielo, intendevamo legare concettualmente un elemento artificiale con un fenomeno naturale.
In quel periodo (agli inizi degli anni Duemila), il nostro lavoro si caratterizzava per una ricerca sperimentale con un taglio ‘scientifico’, ma dopo aver letto alcuni saggi sullo studio dei fenomeni complessi, il nostro punto di vista sul mondo è cambiato, inducendoci ad avviare un percorso che ci ha portato a intervenire nello spazio pubblico e a coinvolgere le persone in interventi partecipati o ambientali, caratterizzati in entrambi i casi da un forte legame con il territorio e i suoi abitanti.
Anche l’opera Land Code, progettata per Castel Sant’Elmo, che appare come un lavoro ‘muto’, è in realtà la piena espressione di un lavoro corale, in cui una ventina di giovani artiste e artisti hanno accostato fra loro centinaia di migliaia di tessere in marmo grezzo, mentre si scambiavano i racconti delle esperienze personali. Ed è interessante leggere nella tessitura stessa di questo mosaico, la pluralità dei caratteri delle persone che hanno contribuito a comporlo.


Bianco-Valente, Land Code, backstage del mosaico, Castel Sant'Elmo, 2024


Brunella Velardi Anche se su piani e con ‘attori’ diversi, la ricerca delle connessioni tra individui, luoghi, storie, oggetti innerva il vostro lavoro fin dagli inizi. L’incontro, potremmo dire, è la materia prima di molte delle vostre opere, che non a caso, soprattutto negli ultimi tempi, hanno spesso ruotato intorno ai temi del Mediterraneo, delle migrazioni, dell'incontro tra culture. Direi che il mosaico, per caratteristiche e per storia, rimanda a un immaginario più ampio del mero riferimento ai reperti di Pompei ed Ercolano. Permane anche qui una stratificazione, l'idea di un innesto di memorie?

Bianco-Valente Le opere e i manufatti in pietra sono, con ogni probabilità, gli elementi che più di tutti testimoniano le stratificazioni della storia e il susseguirsi delle società umane, riportandole al nostro presente.
È ciò che resta del passato e che ci permette di fantasticare sulle storie vissute in altre epoche, ciò che sopravvive al passaggio del tempo. Si resta affascinati nello scoprire quanto sia forte il legame che abbiamo con l’antico, che si traduce anche nelle forme degli oggetti che usiamo quotidianamente.



Intervista pubblicata su Land Code, a cura di Bianco-Valente, Artem Edizioni, Napoli, gennaio 2025, 88pp. ISBN 9788856910209


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